Anniversario – 20 anni di ATIR (1996-2016)

Si ringraziano Filippo Quaranta per il video, Serena Serrani, Salvatore Peralta e Lucia Maroni per le foto

IntroduzioneFotogalleryVideoritratto

17 maggio 2016
Quest’anno è un anno un po’ particolare per ATIR. Compiamo vent’anni.
Incredibile!
Mi sembra ieri che correvamo per il palcoscenico inseguendo le parole di Shakespeare.
Vent’anni, aiuto!
Abbiamo cominciato in effetti poco più grandi di Romeo e Giulietta e adesso siamo… ehm… adulti…!
Abbiamo chiesto ai nostri amici due righe, un disegno, una canzone, una foto… da dedicare a questo gruppo, a questa compagnia che da vent’anni si ostina a fare teatro assieme.

Un modo allegro e anomalo per fare memoria… perché verba volant, scripta manent!
Chi sa mai… tra un secolo qualcuno accederà a questo “libro di compleanno on line” e si ricorderà di noi e di un ventennio di vita italiana vissuto pericolosamente!
Serena Sinigaglia e la compagnia ATIR

Leggi tutte le testimonianze:

Laura AimoAlberica ArchintoFrancesca ArtusoDominique BerdotClaudio BernardiMario BianchiMario BorottoAttilio BrancoRenata CiaravinoPiero ColapricoAnna ConfortiGabriella ConfortiMaria ConsagraGiancarla ConsonniLella CostaLaura CurinoMaria Carmen De LorenzoRosalba De LucaFilippo Del CornoGianluca Di LauroSergio EscobarEmanuela FurlanFrancesca GerliMaddalena GiovannelliAgnese GiraldelloAnna GuriAram KianEdith KoerberWalter LeonardiWalter MagnoniFausto MalcovatiLorenzo MarascoMaddalena Mazzocut-MisFrancesco MicheliBarbara MinghettiPaola OrlandoRenato PalazziLaura PennatiTeresa PennatiMax PensaEugenio PolizziOliviero Ponte di PinoGiovanni PozziBiancamaria RagniAnnalisa RossiniMirella RotaElio SabellaAndrèe Ruth ShammahMilena SilenzioAnnalisa SopitoBenedetta TobagiLorella ZanardoDaniela Zucchi
Cuore e cristallo
Amo l’ATIR. Si sa.
Non ci sono studenti che non abbia accompagnato a vedere uno spettacolo della compagnia: è raro avere la certezza che da teatro (magari il loro primo teatro) non solo i ragazzi non escano delusi, ma non vedano l’ora di tornare. Non ci sono amici a cui non abbia fatto vedere almeno una volta (e sottolineo “almeno una”) Romeo e Giulietta, Come un cammello in una grondaia, Qui città di M., Il ritratto della salute, (S)legati e Italia Anni Dieci o con cui non abbia sorseggiato un bicchiere di vino sul piazzale fiorito di Fabio dopo un laboratorio o in una delle tante occasioni di festa. Non ci sono aspiranti artisti e organizzatori di teatro a cui non abbia suggerito di passare dal Ringhiera, magari per svecchiare alcune idee che sanno un po’ di naftalina ma soprattutto per toccare con mano che è possibile, si può fare, in mille modi diversi, a patto che ti bruci dentro la necessità di farlo, a ogni costo.
Perché l’amore è così: quando hai la fortuna di provarlo, di accorgertene, non puoi fare a meno di condividerlo. Altro che esclusiva: più persone lo amano con te più l’energia cresce; più lo frequenti più ti viene voglia di trovare (o creare tu stesso) altri luoghi speciali, ma soprattutto più aumenta la fiducia di poter incontrare nuove persone, uniche, vive… prima di tutto in te. E poi non passa, ah no. Puoi avere flirt, passioni improvvise o anche lunghe relazioni con altri, ma quell’amore lì resta. Ti bastano una linea tracciata da Maria, un paio di personaggi mescolati da Arianna, la voce o le musiche scovate da Sandra, il sorriso di Nadia per un nuovo progetto sociale, l’imprevedibilità e insieme la saldezza di Stefano, la forza travolgente di Chiara (e il vagabondaggio di Charlie), l’ascolto e lo stupore di Mattia, l’eleganza e la praticità virginea di Pilar o gli occhi che scrutano di Serena… ed è come la prima volta. Ci ri-sei dentro fino al collo. E loro con te. Felice di rivederti, riabbracciarti, raccontarsi.
Il loro amore quest’anno fa 20 anni. Mica una bazzecola. Soprattutto di questi tempi, in cui l’unica strada sembra il lavoro e la vita in proprio (e per il proprio) oppure una liason a tempo determinato siglata giusto per vincere un bando. Mi pare si chiamino “nozze di cristallo”. Fragili, a detta di qualcuno. Eppure a me viene in mente qualcosa di tutt’altro che debole: il cristallo di rocca, quello che i Greci credevano fosse acqua ghiacciata così compressa da non potersi più sciogliere. Un cristallo che ne ha viste tante e da ognuna ne è uscito rafforzato nel suo scheletro e nel suo sistema immunitario. Un cristallo che entra in risonanza con ciò che sta attorno, esaltandone e amplificandone le energie, senza perdere il suo equilibrio. Un cristallo che molto ha a che fare col cuore, con la circolazione di ossigeno e lo smaltimento di rifiuti, con la sua capacità di vedere intus e insieme oltre, di accogliere e sconfinare. Il mio augurio per i prossimi vent’anni è diretto proprio a questo cuore. Perché lo apriate ancora di più. Sì, di più. Nessuna incertezza o paura del futuro che possa limitarvi a conservare quanto di meraviglioso avete già sperimentato e fatto. Nessun rammarico o dispendio eccessivo di energia per un sistema teatrale in dismissione che continua a centellinare monete e riconoscimenti che vi sono dovuti.
Nessuna rabbia o rassegnazione di fronte alla pochezza della scena politica o della condotta personale di alcuni, dei loro inganni e giochi di potere. Amore per tutti questi antagonisti e ostacoli. Sono loro a offrirvi le occasioni per superarvi e immaginare sempre e continuamente nuovi scenari, nuovi personaggi, nuove relazioni… nuovi inizi.
Siete una compagnia d’azione che dà il meglio di sé all’assalto, quando tutto sembra perduto. Ben vengano dunque battaglie, sfide, fini. È proprio lì che nasce un nuovo mondo.
Ci vediamo lì, ogni volta come la prima.
Con amore.
Laura Aimo
(Ricercatrice e insegnante tra teatro, danza e immaginazioni)
Ci sono spettacoli di cui ricordo tutto anche a distanza di molti anni. Uno di questi è “Romeo e Giulietta” che Serena Sinigaglia, con gli studenti del Corso per Attori, presentò come saggio finale della Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi dove, allora, lavoravo come responsabile organizzativo. Quell’anno avevamo previsto  di presentare alcuni  spettacoli prodotti dalla Scuola al CRT di Via Ulisse Dini. L’Atir sarebbe nato da lì a poco, ma  quella sera gli allievi che poi fondarono la compagnia, erano già così affiatati e coesi che proprio non appariva l’incertezza delle prime prove. Non ho dimenticato la grazia di Giulietta interpretata da  Arianna Scommegna, l’energia del Romeo di Mattia Fabris e Maria Pilar Pérez Aspa, giovane e bella, ma così convincente nella parte della vecchia nutrice.
Cantinelle, fili tesi, lenzuola, nient’altro… a parte la  vitalità dirompente e la concreta semplicità di un gruppo di attori e il loro autentico desiderio di stare in scena.
Tornando a casa quella sera capii che avevo partecipato all’inizio di una storia importante. Non mi sbagliavo.
Alberica Archinto
Fin dall’infanzia ho attribuito al teatro valore terapeutico e, sei anni fa, per non scivolare nella demenza senile, mi sono iscritta al  corso “over  60”. Salire sul palcoscenico è stato come entrare in un sogno e voi siete tutti nel mio cuore come meravigliose stelle.

Francesca Artuso

“DALLA COMEDIE FRANÇAISE AL TEATRO ATIR”

Il mio amore per il teatro risale alla mia infanzia. Avevo 10 anni quando per la prima volta entrai alla Comédie Française, si recitava Molière, Il borghese gentiluomo. L’incantesimo ebbe luogo quando una volta abbassata la luce, risuonarono i 3 colpi di bastone e si levò il sipario. Fui trasportata in un mondo magico con scenografie che cambiavano ad ogni atto, attori in abiti sfarzosi. Non capii tutte le sottigliezze della commedia, ma il mio amore per il teatro ebbe inizio in quel momento. Tornai spesso lì durante gli studi e conobbi cosi gli autori classici francesi: Racine, Corneille e naturalmente Molière, ma anche Shakespeare.

Negli anni successivi, presa dalla vita trepidante di chi lavora e ha famiglia mi sono un po’ allontanata dal teatro, poi un giorno, con degli amici, decidemmo di comperare il blocchetto di “Invito a Teatro”. Fu una gioia ritrovata. Gli abbiamo girato quasi tutti  finché un giorno ci siamo ritrovati al teatro Ringhiera. Anche se me ne vergogno un po’ devo confessare che pur abitando vicino, non vi conoscevo. Il primo impatto fu con la scomodità delle poltrone. Era un spettacolo molto divertente di drag queen. Eravamo lontano dai classici francesi.

Un giorno parlando con un’amica venni a sapere di un corso di teatro per over 60. Decisi subito di parteciparvi e arrivato novembre mi ritrovai sul palco assieme ad una ventina di volonterosi. L’inizio non fu facile, mi sentivo impacciata e anche ridicola ma, piano piano, vedendo che gli altri si lasciavano andare senza vergogna mi buttai anch’io. Ho conosciuto persone meravigliose e si è creato una vera solidarietà di gruppo.  Sono passati quattro anni e per niente al mondo mancherei l’appuntamento con i miei amici teatranti.

Sono anche diventata un’assidua frequentatrice della compagnia Atir. Il coraggio che dimostrano resistendo in periferia, aprendosi al quartiere e mettendo in scena spettacoli mai scontati anche se a volte duri com’è dura la nostra società è ammirevole. Avanti cosi. Buon compleanno.

Dominique Berdot

Un detto popolare della zona 5 di Milano raccontava che “da Piazzale/Abbiategrasso in giù non c’è un casso”. Vero. Un tempo. Oggi no. È caduta la c. Dopo Piazzale Abbiategrasso nella zona 5 e a Milano abbiamo un Asso. L’ATIR. Questa sigla io la leggo così: Asso Teatrale  Internazionale Radicato nel territorio col teatro Ringhiera. Che sta a un passo dalla chiesa più comunista o passionale che ci sia a Milano: la Chiesa Rossa…

Che l’ATIR sia un asso non ho dubbi. È la sua ventennale storia che lo dimostra. Ma non so dire che asso sia. Certamente è un asso di denari. Perché con la miseria di contributi che riceve l’ATIR fa un lavoro, per qualità e quantità, che altrove costerebbe dieci volte tanto.

Ma è anche un asso di fiori. Perché nella compagnia sono fioriti fior di attori, registi, organizzatori. So di far torto a tutti citando un nome solo: la superstella Arianna Scommegna, cito lei perché è una mia compaesana del profondo est milanese…

L’ATIR però è pure un asso di picche. Si sa che Serena Sinigaglia, direttrice artistica nonché regista, picchia duro nelle prove degli spettacoli e durante i laboratori. Chiede tanto, chiede tutto. Chiede il massimo e oltre. A tutti. Ma lei per prima non si risparmia. Non sai se ammirarla per l’impeto creativo o per il rigore. Bè, sì, forse, è solo lei l’asso di picche dell’ATIR. E infatti una volta io e lei ci siamo picchiati ben bene (sempre a fin di bene… teatrale). Correva l’anno non ricordo. Tenevamo insieme un incontro del laboratorio diocesano di teatro e politica. Scoppiò tra me e lei la diatriba su quale fosse il teatro migliore per la cittadinanza attiva, il teatro dell’azione o della rappresentazione, quello dentro o quello fuori, quello sociale o professionale, il cittadino attore o spettatore, in critica visione o partecipazione. Ognuno avrebbe detto che ci voglion tutti e due, ma quella sera la E era svenuta e s’impose la O: o questo o quello, per cui vinse la briscola di picche invece che di cuori…

Il cuore, in verità, è quello che più mi pare l’asso dell’ATIR. Per il grande affiatamento e affetto, per la complicità e l’intesa, che caratterizzano la compagnia fin dalla fondazione. Per l’aria fresca, familiare, amicale, informale, che si respira ogni volta che si va al Ringhiera. Lì, non si sa come, certo più che in altri teatri milanesi, trovi sempre un sacco di amici e conoscenti e comunque gente giovane, simpatica, zero puzza sotto il naso, per cui, prima e dopo gli spettacoli, è sempre un farsi festa, un ritrovarsi, un rivedersi, un riallacciare, un palpitare. Ma dove l’asso di cuori è più evidente, rosso e vivo. È nei laboratori teatrali dell’ATIR con gli anziani, i disabili, gli adolescenti, i vicini di casa, i cittadini, gli stranieri, i residenti…

Ok. Non c’è niente da fare. Lo ammetto. L’ATIR non è un asso. Non è un asso solo per quelli tra il piazzale e la città di Abbiategrasso. Non è un asso, ma quattro assi. Un poker d’assi. Per la zona 5, per Milano, per l’Italia, per l’Europa. Anzi, visto che i milanesi si fanno belli in tutto il mondo perché hanno la Scala, adesso devono sapere che c’è una Scala in periferia più grande della Scala in centro. Una Scala Reale. L’ATIR.

bc

PS –BC augura BC a tutto l’ATIR!(Bernardi Claudio augura Buon Compleanno a tutta l’Associazione Teatrale Indipendente di Ricerca)

Una delle caratteristiche precipue che mi fa amare così tanto il  lavoro di spettatore privilegiato che da oltre trent’anni sto compiendo attraverso i palcoscenici di tutta Italia, e non solo, è quella di poter seguire passo passo l’evoluzione delle compagnie e degli autori che via via si affacciano al mio sguardo nel panorama del teatro contemporaneo italiano, per osservarne da vicino le direzioni e gli intendimenti. Nel contempo anche di comprendere  prima degli altri come il loro cammino potrà essere foriero  di  risultati importanti e duraturi. Guardando indietro nel tempo agli anni ’90, ecco capire subito prima degli altri il forte respiro artistico di Pippo del Bono, Danio Manfredini, Le Albe, La Valdoca, Baliani, Paolini, Celestini. Così, andando indietro nel tempo, il mio ricordo ad un certo punto si sofferma sulla fine degli anni novanta su un “Romeo e Giulietta” che mi colpì così tanto da inserirlo subito  nella prima stagione che inconsciamente osai fare nel grande teatro della mia città. Ne avevo viste già allora tante di versioni del capolavoro scespiriano, ma questa era diversa, mi colpì la traduzione modernissima di Quasimodo, ma soprattutto la forza che la regia e gli attori comunicavano dalla scena alla platea, un inno alla vita che prorompeva dentro lo sguardo dello spettatore, pur essendo, come si sa, la morte sempre presente sul palco. Compresi subito che quella ragazza che li dirigeva con caparbietà, a volte, si vociferava, con asprezza, sarebbe maturata, diventando uno dei registi più interessanti del nostro teatro, e così è stato. Quella ragazza, con cui poi ho condiviso tante esperienze e scambi di opinione, sempre con grande vicendevole stima e rispetto, era Serena Sinigaglia. E poi attraverso lei conobbi i suoi attori, il travolgente e unico, Fausto Russo Alesi, “l’alpinista”, Mattia Fabris, Stefano Orlandi che ebbi l’onore di condividere come attore nella mia compagnia, Maria Pilar Pérez Aspa, la coraggiosissima Chiara Stoppa, l’orfeiana Beatrice Schiros e Arianna Scommegna, interprete per me eccelsa e cara (gli altri non se ne abbiano a male ) di “Qui città di M.” “Mater Strangosciàs”, “Cleopatràs”. Poi vennero le regie d’opera (materia di accesissime discussioni tra me e la Sinigaglia) per Aslico, i mitici “Crolli” e  altre visioni sino a “Italia Anni Dieci”di Edoardo Erba, con quel monologo fulminante di Pilar e dei suoi vestiti. Senza scordarmi poi della grande e coraggiosa  sfida di aprire tra mille difficoltà un teatro come il “Ringhiera” in un luogo periferico di Milano con una programmazione mai banale e alternativa. Ed infine a Taranto“Di a da in con su per tra fra Shakespeare” che per incanto chiuse il cerchio del mio accompagnamento amoroso con questa compagnia e la sua regista, riconducendomi a quel “Romeo e Giulietta” che mi colpì così tanto. Auguri dunque di vero cuore dal vostro spettatore appassionato!.

Mario Bianchi

Immaginate di vivere nell’800 … poi di colpo come per magia essere proiettati ai giorni nostri … È la stessa sensazione di stupore che, come in una visione onirica, ho scoperto nel fare teatro. Un sentimento  di serenità e meraviglia, come raggiunto da una bellissima rigogliosa fioritura, che interviene mescolandosi tra immaginazione scenica e vita reale, rendendomi protagonista.

Grazie “Teatro Ringhiera “ … un abbraccio a tutti i compagni di viaggio.

Mario Borotto

TEATRO RINGHIERA

Teatro io ti ho sognato
tanto tempo anni addietro
teatro io ti ho trovato
il tuo nome è Ringhiera
io ti ho scoperto
in tarda… età
ma non ha senso
se in te c’è la passione
recitare puoi oltre i cento

RINGHIERA io ti ringrazio
per ciò che mi stai dando
persone che non credevo
potessero essere al mondo
Son tutti over sessanta
ma sembrano dei bambini
certamente è il teatro
che li rende piccini..

RINGHIERA io ringrazio
registi e operatori
nonché la direttrice
che spesso riceve onori
per l’umiltà che mostra
agli abili diversi
una virtù che è rara
in un mondo così perverso

Io esorto a chi comanda
politici e dirigenti
a prendere questo esempio
per un mondo diverso
dove l’umiltà impera
e il cuore fa da guida
è questo che io spero
e che tanto mi fido

RINGHIERA io ti ringrazio
ti faccio gli auguri
per i vent’anni tuoi
e tanti tanti ancora
Cantarti è stato bello
io esorto a tutti quanti
a fare un girotondo
perchè… siamo tutti fratelli…

Cantiamo tutti quanti
l’amore per la vita
un dono che per molti
non è ben definito
Gridiamo tutti insieme
con tutto il fiato in gola
la pace si costruisce
solo se c’è… l’amore…

TANTI AUGURI AL TEATRO RINGHIERA PER I SUOI VENTI ANNI

ATTILIO

E’ un mese che cerco di scrivere questi auguri ed ero sicura sarei arrivata fuori tempo massimo. Ma io non posso proprio farvi auguri che non siano intimi e questa intimità mi costa. Devo scendere in zone profondissime, in geografie multiple, andare indietro di vent’anni, scorrere l’album. E in quest’album trovo di tutto. La scena e il fuori scena. Il pubblico e il privato. Il teatro e l’amore. Il lavoro e l’essere politici. Comincio con un biglietto dato a Serena 20 anni fa il giorno prima della prima di “Romeo e Giulietta”: “Non ci conosciamo ma merda”. Continuo con “Romeo e Giulietta” e il ricordo del vento di quello spettacolo, i teli di Maria che volavano, i piedi di Fausto che volavano, la sottana di Arianna che volava, il testo che volava. Continuo con il lessico familiare che mi lega a voi: quella poesia di Boris Vian che Mattia fa divinamente e che ho dovuto imparare a memoria tanta la bellezza; il Canto alla Durata che ancora fa piangere; il libro di Dzevad Karahasan su Sarajevo con una delle migliori definizioni di teatro che io conosca. Totò (e voi sapete quale Totò). E fatico poi a proseguire, voi in scena, voi a casa vostra, i confini non sono chiari. Avere avuto tutti 20 anni, l’amore per Serena che continua fino ad oggi intatto evoluto in poesia, la mia stima assoluta per Maria e capirla con l’anima quando vuole stare con gli altri e nello stesso momento perfettamente sola, quell’affetto spropositato per Nadia anche nel silenzio, la mia goffaggine che esplode davanti al contegno di Mapi degno della sua bellissima Andromaca. Avere pianto per lei, per Serena, per tutti voi, di nascosto, quando Fabio è morto, e continuare a sognarlo, e ricordarmi il giorno in cui a Granara convinse tutti a vestirsi da donna e ogni volta che vedo le Nina’s ricordare quel momento. La voce di Sandra e la sua Honda a 150 all’ora. La sorellanza, che ci trascende, con Arianna. Le birre che non ho bevuto con Mattia e avrei voluto e il suo testo che ho visto nascere e quel suo modo di arrivare all’abisso della scena senza pesantezza. La metamorfosi strabiliante di Stefano. Avere ancora e sempre voglia di parlare di teatro con voi. Come fosse un fatto nuovo. Qualcosa ancora tutto da fare. Quel vostro essere serissimi senza mai scomodare la parola Arte, ma insieme consacrati ad essa. La sensazione che ancora non si è morti. A volte vi guardo dalla Piana, guardo il Ringhiera, e penso: anacronistico e avanti anni luce. Quando ancora la classe politica si lasciava andare a progressismi tipo: “Hey ok l’omosessuale è strano, ma non possiamo mica ucciderli, no?”, in questo Teatro ci si sentiva emarginati se minimo non si era bisessuali. E quando ancora la classe politica pensava “Oh diamine ma che ne facciamo di tutti questi matti usciti dai manicomi?”, in questo teatro già lavoravano a testa bassa per spettacoli bellissimi, dando indicazioni vitali su come procedere. Ve l’ho già detto, le istituzioni dovrebbero pagarvi e darvi tutto quello che vi serve per fare benissimo da anni quello che non hanno saputo fare loro.

Auguri amici miei. Vi voglio davvero bene.
E tutto quello che non sono riuscita a scrivere qui ve lo dirò nei prossimi cinquant’anni.
Vi auguro di proseguire insieme e anche auguro a ciascuno di voi di trovare la sua felicità personale. In un inseguimento continuo, fanciullo, musico di vita e arte.
Con tutto l’amore,
Re
Renata Ciaravino

Alla fiera di Milano
Per zero euro
Una compagnia il copione mi comprò

E venne un’attrice, che s’era ammalata
E sarebbe guarita,
che leggeva un mio libro,
che telefonò a una regista,
che telefonò a un’attrice,
che il Kola alla grande recitò

Alla fiera di Milano,
Per un milione di euro
Il gruppo dell’Atir non scorderò
E venne Chiara, che vincerà il male,
Che chiamò Serena, che comandò tutti,
Che chiamò Arianna, che non ha eguali,
E c’era Pilar, che rideva alle prove
E c’era Fabietto, che rideva di nascosto
E c’erano Federica e Maria
Per i costumi e le scene
E c’illuminò il Verazzi
(qui non servirà mai la rima)
E c’erano le Kolaparole
che l’Atir adottò
(e qualcuna cambiò)

Alla fiera di Milano
Non è questione di euro
Ma lo spettacolo andò
E venne il pubblico,
che batté le mani,
che seguì la storia nera
che poteva essere vera
che rise per l’Obitorio
che si divertì con Larvetta
che pensò con la giornalista
che indagò con Bagni
che si spavento col capocantiere
che pianse per la mamma
che era sempre Arianna
che è la mia preferita
che cos’è poi la vita

Alla Fiera di Milano
Non è questione di neuro
È che passano gli anni
E che si cambiano i panni
Ma Città di M. va sempre in scena
Ed è come una dolce catena
E forse chissà, quanto durerà
ci sarà Chiara, e ci sarà Serena,
e non mancherà Arianna, e ballerà il Kola
e arriverà il pubblico
e ci sarà Fabietto, e nulla o tutto si spezzerà
nulla o tutto nella Città di M. si perderà.

Ho sempre percepito questo teatro e i suoi progetti come  una realtà profondamente femminile. Sono molte le donne che vi lavorano, che ne costituiscono la nervatura e che mi hanno comunicato (finalmente!) emozioni. Non farò i nomi per non far torto a quelli che di sicuro dimentico, ma non per cattiva volontà. Sono vive e appassionate, consapevoli e determinate, geniali, ruvide o sorridenti, stanche, creative, positivamente consegnate alla loro capacità d’immaginazione. Brave, veramente brave. E poi, che buffo, non ci avevo mai fatto caso, Atir, letto al contrario, è un nome di donna. Sarà un caso?

Perciò buon compleanno, Atir.  Anche se sei già grande, ultramaggiorenne, io mi sono avvicinata da un tempo relativamente breve, più o meno tre anni. L’occasione? Un laboratorio per Over 60: lo conduceva un regista giovane, l’anima maschile dell’Atir che ho conosciuto io (visto che c’è? e mi scuso con tutti gli altri, prometto che sarò più attenta e farò ammenda). La sua preparazione, i guizzi di creatività e una pazienza insospettabile (oddio, ma non è una dote femminile anche questa?) mi hanno regalato una gran bella esperienza.

C’è una importante che non ho mi provato in questo luogo: la delusione. Che è quello che temi di più quando ti accosti al nuovo. Ma per quanto cerchi negli spettacoli ai quali ho assistito o nei progetti come quello del teatro per disabili e per i bambini, non trovo nulla che non mi abbia entusiasmato.

Andate avanti così, non mollate mai. In questo luogo ci si sente bene. Le persone come voi sono importanti. Per tutti.

Caspita 20 anni!…e io vi conosco solo da tre, e quante cose mi sono persa?!

Mi era arrivata voce che il Ringhiera fosse un teatro dialettale… e invece… Quanti fantastici spettacoli, quante iniziative dai vostri cuori sono partite e partiranno ancora, per portare miglioramenti all’ambiente ed al quartiere in cui esiste questa vostra realtà; e poi cultura e bellezza.

Tutto questo l’ho sentito non appena ho conosciuto alcuni di voi. In particolare mi hai colpito tu cara Nadia, che fai tutto con grande entusiasmo e metti il cuore in ogni parola che pronunci.

Un grande grazie anche ai bravissimi registi, con i quali abbiamo tessuto e costruito assieme alcuni spettacoli che hanno meravigliato tutti coloro che vi hanno assistito.

Pertanto mi sento di ringraziare il destino che mi ha portato ad iscrivermi al corso teatrale per “OVER 60”, e a parte la sfida che esso ci propone ogni volta, posso dire che oggi mi sento più arricchita, ed anche onorata di essere partecipi anche se in minimissima parte, di tutto ciò che oggi rappresenta l’ATIR.

E allora A U G U R I Atir e CENTO DI QUESTI GIORNI!

Sono stata l’insegnante di movimento di Stefano, Arianna, e Mattia dal primo all’ultimo anno della loro frequenza alla Paolo Grassi.
 Fausto frequentava lo stesso corso, ma i primi due anni di scuola ha seguito un altro percorso di movimento, mentre al terzo anno ha proseguito insieme agli altri.

Sandra frequentava un altro corso ed ha studiato con me solo un anno. Ho qualche ricordo molto nitido della loro presenza in classe:

Stefano sorridente, alto, positivo, pronto a tuffarsi in qualsiasi proposta gli viene suggerita. Lo vedo con la schiena rivolta a me pronto ad “entrare in scena”, ad entrare “in azione”. Gira prima lo sguardo verso di me… un sorriso e via, sempre positivo.

Mattia arriva avvantaggiato, sa fare qualche azione acrobatica, è portato per il movimento. Una mattina, alla fine della lezione, dopo un nuovo lavoro fatto a terra sulla controlateralità, sulla diagonale, mi corre incontro entusiasta: “Maria, l’ho sentita, ho sentito la diagonale, l’ho proprio sentita!…”. Un entusiasta, appassionato di tutto ciò che impara. Capace di giocare con molte sfumature utilizzando l’immaginario che il movimento gli apre.

Nella seconda parte della lezione spesso chiedo agli allievi di collegare esercizi, da loro creati, in un’improvvisazione chiamata “fluido”:
“Arianna tocca a te”
 – “No, Maria, guarda proprio non me la sento, giuro, proprio oggi non me la sento…” – “Arianna, anche ieri non te la sentivi…”
“Si, ma, oggi, proprio no, non me la sento, guarda, veramente, no, no non ce la faccio, oggi no, domani”
 – “Arianna!..adesso tu ti alzi e fai…”
Poche volte ho alzato la voce con i miei allievi e questa è stata una delle volte. Arianna si alza e fa un bellissimo lavoro. Era resistente a mettersi in gioco, ma poi rivelava una capacità di integrare il movimento con il suo ricco immaginario emotivo.

Fausto lo vedo. Al terzo anno nella sala prove, una sala scura. Lo vedo in mezzo alla sala, con le gambe divaricate, piegate, una base larga… una posizione da arte marziale. Le braccia allargate, guarda con intensità il vuoto. Peso forte, sguardo diretto… molleggia un poco… e “sta”. E’, come si dice nel nostro gergo, “vivo”, ma non si muove… prende lo spazio stando fermo.
Cosa non da poco.

Sandra non faceva parte del loro anno alla Paolo Grassi. La vedo mentre lavora. 
La parte alta del corpo e lo sguardo sovrastano gli altri. Però mi guarda con un punto di domanda, insicura di quello che ha appena fatto. Il suo corpo è solido, il suo movimento preciso. Il suo corpo però perde immediatamente “la presenza” mentre esce dalla scena e si mette a lato. Però sembra dire: “Ce la farò!” e così sarà.
 Le dico: “Sandra, mi hanno detto che hai una bellissima voce e canti molto bene…”
Mi guarda dritta negli occhi: “Mi piace…, molto…”

Mi ricorderò dell’Atir?
Il Teatro della Società di Lecco ha ospitato:
Romeo e Giulietta, Lear, Troiane, La Molli, un incontro con Serena Sinigaglia sulla regia, G (semplicemente), El duende, Buonanotte Desdemona (Buongiorno Giulietta), Cleopatras, 1943, 1968, 1989, Ribellioni Possibili, anteprima in forma di lettura, Nazional Popolare da Gramsci ai reality show, un laboratorio di Serena Sinigaglia, Mater Strangoscias, Eros e Thanatos, un laboratorio di  Arianna Scommegna, Di a da in con su per tra fra..Shakespeare, Alla mia età mi nascondo ancora per fumare, e tra poco 32”.16, in anteprima, il primo del loro ventunesimo anno?
Ne mancano ancora un bel po’ per il repertorio completo, ma fuori casa ho visto anche:
Natura morta in un fosso, Il Che, Rosa la Rossa, Qui città di M,  Meglio il nuovo oggi, Donne in parlamento.
E qualcosa ancora probabilmente mi sfugge.

Devo ammettere che questa compagnia è stata forse quella più presente a Lecco nel corso del mio lavoro di programmazione, devo però precisare che non ho mai proposto qualcuno perché mio amico, ma sono diventata amica di alcuni che abbiamo ospitato, attori, registi, musicisti, tecnici e organizzatori. Dell’Atir soprattutto, per l’amicizia e il rispetto con cui hanno sempre trattato questo teatro e il suo pubblico, per la qualità della loro presenza (oltre che ovviamente delle opere), per il fatto che dicono sempre “Quando siamo qui ci sentiamo a casa”, e intanto anche noi, qui, ci sentiamo a casa quando ci sono loro. Perché con loro il teatro diventa  incontro tra persone che cercano di diventare migliori, una comunità preziosa, fatta di individui diversi ma simili.
Il ricordo più “vivo”?
Indubbiamente la sera del Lear, lunedì 7 aprile 2003.
E’ il secondo spettacolo dell’Atir che ospitiamo, qualche anno dopo Romeo e Giulietta.
Tutto pronto. Faccio un giro in palcoscenico.
Rivedo ancora chiaramente Fabio Chiesa dietro le quinte appoggiare, piegate pronte all’uso, una quantità di bandiere della pace, sui mantegni, sulle corde, per terra (era da poco iniziata l’invasione dell’Iraq).
Un attimo. Non so se la politica gradirà.
Un pensiero. L’arte necessità di libertà di espressione.
Che vada come vada.
Ed è andata bene!
Molto!… qualche tempo dopo.

Ci sarebbero ancora tantissime cose, ma a volte è meglio non dire proprio tutto.
Quindi per farla breve, dato che troppo lunga sono stata:  W l’Atir, l’Atir viva.

Con amicizia e affetto.
Giancarla Consonni
Teatro della Società – Lecco

COMPLEANNO ATIR
Tutto è cominciato con un viaggio in macchina, da Torino a Milano, una sera, anzi una notte, di un giorno imprecisato, ma sicuramente autunnale, o forse addirittura invernale. L’anno invece lo so per certo: 1996. Vent’anni fa, più o meno.
Io ero in tournée col primo spettacolo che avevo messo in scena insieme a Gabriele Vacis, si chiamava “Stanca di guerra” ed era doloroso e necessario.
Una sera che replicavamo, appunto, a Torino, Gabriele (da sempre affettuosamente soprannominato “Don Vacis” per il suo austero look da prete operaio, e “Don Backy” ogni volta che tentava incursioni nel contemporaneo) aveva portato con sé la sua prediletta della nidiata di allievi registi che si erano diplomati quell’anno con lui alla Paolo Grassi: posto in macchina ce n’era, sarebbe tornata insieme a noi.
Era identica alla Ragazzina dai Capelli Rossi, quella tenacemente ma vanamente amata da Charlie Brown. Sobria, di poche parole, però palesemente simpatica. Durante il viaggio ascoltavamo, come quasi sempre, De André. Per l’esattezza, Anime salve. La traccia 6 – lo sapevo a memoria, quel cd – era Disamistade. La Ragazzina dai Capelli Rossi l’ha ascoltata una volta, ha chiesto molto educatamente se si poteva risentirla, e poi ha detto “Ho trovato il finale”.
Quando poi l’ho visto in scena, il suo Giulietta e Romeo, ho constatato che era vero, e che era un finale perfetto. E ho capito che della Ragazzina Dai Capelli Rossi ci si poteva fidare.
Dopo vent’anni la penso ancora esattamente così.
Buon compleanno
Lella Costa
ATIR
l’ho visto camminare
come fanno i bambini,
prima gattonando,
infilandosi dovunque,
aprendo
tutti gli sportelli, frugando,
arrivando alle ringhiere
gettando giù le cose, tanto
per vedere dove vanno e
se qualcuno le riporta
a casa.

ATIR
l’ho visto aggrapparsi
e con sforzo estremo
mettersi in piedi.
Camminare per mano
ai grandi,
e poi lasciarli
in cerca di equilibrio
indipendente.
L’ho visto diventare giovane
spavaldo, irriverente.

ATIR
l’ho visto che cresceva
accogliendo tanti
e restando uno,
e poi l’ho visto che –
come fuoco d’artificio –
da uno si faceva miriade
di scintille.
L’ho visto diventare
stelle.
L’ho visto cantare,
ridere, saltare, giocare
il gioco amato
della scena,
l’ho visto nel profondo
della pena più feroce,
senza fiato,
senza voce, solo
pianto.

ATIR
è il canto di lavoro
di chi tiene alta la schiena,
che tante volte
ha retto pesi  giganteschi.
Freschi invece, lievi, gli
accenti, anche nel
tempo pesante.
Diretto lo sguardo,
come taglio
di diamante.

Sicuro, senza perdere
il dubbio, senza
diventare sistema,
ATIR resta teorema
della solidarietà
fra artisti che realizzano
pensieri,
sogni che si fanno veri.

ATIR raccoglie il canto
di un gruppo
di persone che sanno
procedere da sole,
ma conoscono l’oro
del fiume che raccoglie
l’acqua limpida
da ogni ruscello
e la fa diventare
forza che muove.

ATIR è
soprattuttole cose nuove
che verranno.
Per ciò che è stato
fino qui: buon compleanno.
Laura Curino, 1 maggio, 2016

Col teatro in generale ho sempre avuto un vissuto da spettatore interessato, frequentante e a volte critico, finché… un bel giorno (e sottolineo “bel”) per puro caso ho ascoltato un’amica che parlava di un laboratorio teatrale… rivolto a persone “non più giovani” (e fin qui ci siamo!),  che avessero il tempo (c’è!), la voglia e la passione (presenti entrambe!) di mettersi in gioco… mi si è aperto uno spiraglio e… non ci crederete, mi ci sono vista sul quel palco, non più passiva spettatrice ma in qualche modo attiva interprete!… altrettanto immediata la decisione: “se c’è posto mi iscrivo!”

Così quattro anni fa iniziai questa piacevole e a suo modo impegnativa avventura col “Teatro Ringhiera”e  col “Gruppo over 60” (in questo modo veniamo chiamati!). Ho avuto modo di conoscere persone speciali ognuno nella propria singolarità, a partire dai bravi registi che di volta in volta ci hanno guidato, agli affettuosi “colleghi” con i quali si è instaurata una sorta di complice legame tanto che, alla fine di ogni “fatica” (eh sì, mica si scherza, pur sempre di vero impegno si tratta!),  aspettiamo solo di ricominciare una nuova “avventura”!

Grazie a tutti , a chi mi ha permesso di vivere questo e a chi l’ha condiviso.

Carissimi  tutti dell’ATIR,
per i vostri venti anni voglio farvi gli auguri con un immenso GRAZIE.
Vi ho conosciuto per caso nel 2009 mentre frequentavo un corso al CAM di via Boifava, e non sapevo dell’esistenza del vostro stupendo teatro, poiché abito in altra zona e non arrivano informazioni del vostro quartiere. Una mia amica voleva frequentare il vostro corso OVER60 e ha tanto insistito per iscriverci  insieme;  così facemmo.

Iniziò una straordinaria avventura che la mia amica abbandonò dopo tre mesi perché si trasferì in Sardegna per un breve periodo ed io rimasi e sto continuando questa straordinaria  avventura. Ho conosciuto delle persone  stupende;  voi che con il vostro entusiasmo ci avete e continuate a seguire, e i miei compagni di avventura  con i quali è bello ritrovarsi e stare bene insieme.

Non avrei mai e poi mai immaginato di riuscire a fare quello che ho fatto, grazie a voi.  Mi sono rimessa in gioco in primis… poi io che non recitavo neanche le poesie da bambina,  mi sono ritrovata a recitare  per un pubblico, non mi è parso vero e  mi chiedo tutt’ora se sia stato un sogno… se stia sognando ancora.

Cos’è per me ora il teatro Ringhiera?  E’ un teatro che diventa come una seconda casa, perché è così che ti fanno sentire tutti  quello dello staff… la cassiera, gli attori, la direttrice, i tecnici… con la loro umiltà e accoglienza non ti senti  solo spettatore ma parte integrante del magico luogo.

Rosy

Amando il
Teatro
Inseguendo la
Realtà

Serena e i suoi mi hanno mostrato la via per capire che anche se siamo fatti della stessa pasta di cui sono fatti i sogni, per noi donne e uomini del tempo presente la verità è concreta.

Filippo Del Corno

Cari Amici,
mi fate pensare al tempo che passa, alle famiglie che resistono, a quelle che si salutano, a quelle che nascono, ai motivi per i quali si deve festeggiare e anche al fatto che pure per me i 20 anni di attività sono arrivati, anzi passati, e non me ne sono neanche accorto! Agli inizi non vi conoscevo bene, ricordo un Baccanti all’ex o.p., del quale resta indelebile nella mia mente Dioniso, le canzoni e Serena che si aggirava con una boccia di vino in mano, il mitico Troiane, e di quel periodo poco altro perché ci si incrociava poco.
Poi anni dopo incontro Fabio, diventiamo amici, la mia famiglia teatrale dopo un po’ si separa, io resto un po’ in ascolto, mi godo un po’ di solitudine ma piano piano come calamitato mi avvicino a voi, che ogni volta che vi vedo mi fate pensare a quanto è bello e difficile avere una famiglia, fratelli e sorelle che ogni giorno si scelgono ancora una volta. Ho sempre creduto nella ricerca dei gruppi, ho sempre pensato però che anche l’individualità era altrettanto importante ma una quadra non la trovavo. Conoscendovi meglio ho capito che avevate trovato una via per essere Individui e Gruppo e che era l’unico modo per tenere insieme una famiglia teatrale ai giorni nostri. Bravi, perché lo so davvero quanta fatica, dolcezza, durezza, amore, forza, slancio, realismo tutto questo richieda. Bravi davvero, la vostra esperienza è pressoché unica, oggi. Bravi anche perché avete avuto un coraggio da leoni a riaprire il Ringhiera, ricordo il giorno in cui vi arrivò la notizia, stavamo facendo un laboratorio in Pomponazzi, ricordo i primi mesi e naturalmente, come se fosse ieri, Fabio che lancia l’idea di chiudere con una “draggata” il primo festival del teatro Ringhiera e che mi chiede di partecipare…
“Fabio io non ho mai fatto la drag… Fabio a dire il vero non l’ho mai neanche vista una drag…”
“VAI SERENO!” Mi fa lui…
e con serenità totale mi sono abbandonato alla gioia di fare qualcosa per puro divertimento, ricordo di aver girato Chiesa Rossa sui trampoli vestito in maniera improbabile da Madonnina… folle e sublime come tutto quello che è arrivato dopo con le Nina’s.
Al teatro Ringhiera ho conosciuto sorelle, fratelli, ritrovato vecchi amici, conosciuti di nuovi, ho riso e pianto intensamente tante volte e questo significa che lì c’è vita. La vita di quei fiori impossibili, che nascono dal cemento e non muoiono più.
Siete una famiglia che si ama in modo reale, nel bene e nel male, e per questo siete fertili, pensate a quante cose avete fatto nascere… siete genitori impegnati oggi!
Grazie per tutto questo che avete saputo condividere e non avete tenuto per voi chiuso in una stanza.
Grazie per alcune singole parole, queste, in modo particolare:
“Non ti impegnare solo del tuo lavoro di attore, sporcati, vivi, perché l’attore ha bisogno della vita vera per poter essere vero sul palco” (S.Sinigaglia)
“I personaggi sono creaturine fragili, dobbiamo curarli” (A.Scommegna)
“Io lotto perché la bellezza dell’uomo alla fine vinca su sé stesso” (S.Sinigaglia, in un momento difficile e forse con l’aiuto di Peppino Impastato).
“Perfetto…” (F. Chiesa)
Tante altre in realtà, ma a queste ci penso sempre…
Auguri ragazzi, altri 20 di questi anni !
Vi bacio tutti!
Gianluca Di Lauro
Cara Serena, cari tutti di Atir,

ci conosciamo, ci stiamiamo, ci incrociamo da quando eravate già irrequieti nella culla. Venti ani: siete adulti. Ma ancora, fortunatamente, irrequieti, non remissivi. Per questo ci vogliamo bene.
Irrequieti perché capaci di guardare, di raccontare, il mondo con gli occhi dei bambini che sanno sorprendersi e sorprendere e la responsabilità – ebbene sì, fatevene una ragione – degli adulti. Potrete anche, col coraggio e la fatica, nei prossimi 40 anni diventare “vecchi”, mai anziani!!!!

Siete indispensabili come l’ossigeno per tutti noi!
Sergio Escobar
Direttore Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa

Atir è un incontro fortunato, un incontro di quelli che avvengono a teatro.   Atir è talento, creatività, entusiasmo, passione. E’ essere presenti e non tirarsi fuori, è condivisione del sentire, è tenacia. Atir è Shakespeare (l’occasione del primo incontro) ma anche molti altri autori; per me, è anche un po’ di Dedica festival a Pordenone. E’ fare grande teatro con una cifra puntuale, è il racconto profondo e lieve di storie di uomini e di donne, il racconto delle loro e delle nostre emozioni. Atir è impegno: è teatro Ringhiera, è mettersi in gioco per una comunità quando è arduo e faticoso. Atir è non vedersi per qualche tournée ma riannodare sempre i fili dell’incontro con semplicità e naturalezza. E’ amicizia, è un abbraccio, è raccontarsi di come va, è energia per proseguire, è dirsi “a presto” dopo lo spettacolo. Atir è tutto ciò. Atir è Teatro.

 Emanuela Furlan

La mia prof. di lettere del ginnasio si chiamava Vita, di nome. E per una tragica ironia della sorte…la prima parola che mi faceva venire in mente quando la guardavo e ascoltavo era… morte! Mortale era la noia che riusciva a iniettarti anche quando parlava di cose interessanti come il teatro, teatro che già a 15 anni amavo con passione.
Ci portò a Milano a vedere due spettacoli teatrali: Le Coefore e Fedra. Sai quei bei viaggi in pullman, con la pastasciutta della nonna ancora sullo stomaco? Ecco, quelli. Ancora intontiti dalla digestione ci sparammo per due giovedì di fila questi due mattoni, che sono sicura che dormirei anche ora a rivederli.
Il terzo giovedì – era il 30 marzo 2000 –  ci aspettavano le Baccanti.
“Col cavolo che ci vado! Ma chissenefrega di ‘ste baccanti, faranno dormire come Fedra, o come quel rintronato di Oreste, io non ci vengo a Milano stavolta! Ma il teatro non è mica quella roba lì, dammi retta… Il teatro è una cosa molto più viva e comunicativa! E coinvolgente!”
Io non ci volevo venire, quel pomeriggio, al Teatro dell’Elfo di via Menotti.
Poi mi arresi, solo perché avevo già pagato biglietto e pullman. E perché già pregustavo la lunga filippica alla quale avrei sottoposto la mia prof. per evidenziare tutte le pecche dello spettacolo.
Buio, lo spettacolo inizia. Ci sono delle donne, in scena, che stirano, parlano al telefono… Nessuna scenografia artefatta. “Non male, ammettiamolo” – si lascia scappare la vocina interiore che doveva prendere appunti per la filippica, “ma vedrai che appena i succhi gastrici attaccano il maccherone la palpebra calerà… No, si alza!” Si alza la musica… Una musica travolgente, che travolge le attrici in scena che iniziano ad impazzire, sì, ma non sono fasulle… Sono donne vere che impazziscono e gettano a terra il ferro da stiro, il telefono, i propri corpi…
Io certe cose prima di quel 30 marzo a teatro non le avevo viste mai, soprattutto non le avevo mai vissute così intensamente.
Mentre un’attrice seminuda offre grappoli d’uva agli spettatori, quasi tutti ragazzini come me, la vocina della filippica si affievolisce, o forse sono io che non la sento più, perché io non sono più all’Elfo, io sono a Tebe, silenzio per favore! È arrivato Penteo…Mamma mia ma com’è inquietante! Ma chi diavolo è quell’attore così bravo…?
Io non ci volevo venire, quel pomeriggio, al Teatro dell’Elfo di via Menotti.
Ma poi è successo il fatto definitivo. In scena arrivano gli attori, con i tirsi, che vestiti in modo buffo si mettono a ballare sulle note di Beppeanna della Bandabardò.
Ehi vocina della filippica, puoi sentirmi? Lo sai che c’è? C’è che non ho più voglia di lamentarmi. Lo sai che c’è? C’è che mi sono INNAMORATA di questo spettacolo perché, sai che c’è? C’è che questo è il teatro per me: attenzione, concentrazione, ritmo e vitalità!!! Dionisoooo! Arrivo!!!
Quando lo spettacolo finisce, te lo giuro, alzo la mano destra come se afferrassi un telecomando e potessi schiacciare il testo REW. Per rivedere – rivivere – lo spettacolo daccapo. Ora, subito!
Mi guardo la mano. Scuoto la testa e piena di vitalità vado in cerca di Vita, quella noiosa però, quella che ci ha portato qua. Sai cosa ci dice lei, per la prima volta in questi tre giovedì? Che le dispiace di averci portato a  vedere uno spettacolo così, che se avesse saputo. Magari ci ha un po’ scosso, c’erano anche due uomini che si baciavano… Sì la prof. Vita ha detto proprio così. Io l’ho travolta con una filippica al contrario, ringraziandola e travolgendola con l’entusiasmo e lo stupore per quell’innamoramento improvviso…
Ripenso a quel giorno, penso a quello che è venuto dopo. Laboratori, tesi, Granara, drammaturgie, arte, impegno, un po’ di sana follia, incontri, amicizie, fiori sull’asfalto…
E sono grata alla vita. Sì, pure alla prof, ma soprattutto alla VITA quella che si vive, che ho vissuto e che vivrò, per aver incontrato te e l’Atir.

Auguri! E che i venti vi siano propizi e vi soffino verso nuove wonderful avventure!
Francesca Gerli

Da anni giriamo per le classi delle scuole superiori di Milano, cercando di ‘infettare’ gli studenti con il virus del teatro, spronandoli ad andare a curiosare, a guardare, a interpretare. In quelle occasioni, amiamo parlare di voi: della compagnia Atir e della sua bella storia. Perché è una storia che ha molto, moltissimo da insegnare a un adolescente di oggi.
Primo: se c’è un modo di rimanere in piedi, in questo mondo trita-umano, è fare lavoro di squadra.  E non importa se intorno a te tutto, ma proprio tutto, ti dice che devi pensare ai tuoi bisogni di singolo.
Secondo: se hai un sogno da realizzare, devi lottare e lavorare duro, senza scoraggiarti, rimanendo fedele a te stesso. Allora, forse, quel sogno finirà per diventare una casa.
Non è una splendida lezione?

Maddalena Giovannelli e la redazione della rivista Stratagemmi

15 aprile 2016
Vent’anni di Atir

Non mi sembra vero: Arianna ragazzina vederla cimentarsi insieme ai suoi compagni dell’Atir (nuova associazione appena formata nel 1996) in capolavori importanti, dando vita ad una serie di emozioni forti, ogni volta toccando temi importanti sulla vita sociale che fanno pensare, riflettere, sognare, sì sognare! Perché il teatro è sogno, è verità, è realtà, è passione pura. Sono felice che questo sia avvenuto e dopo tanti sacrifici che avete affrontato in questi vent’anni vi auguro di godervi a pieno quello che avete fatto e di continuare sempre con tanta tenacia ad andare avanti con l’entusiasmo e la forza che vi distingue da sempre!

Con tanto affetto,

Agnese Girardello

Ho il ricordo vivido della prima volta in cui ho assistito a Romeo e Giulietta: Salone di via Dini, saggio finale di Serena Senigallia allieva regista della Scuola dove insegno. In scena un gruppo di bravissimi allievi attori del terzo anno, tutti Paolograssini.
Una sorpresa incredibile, energia e inventiva rendevano il saggio  scolastico, un vero e proprio spettacolo. Da quell’esperienza nasceva l’Atir e da quella volta non li ho mai persi di vista. Li seguo per il lavoro che hanno fatto sia sul piano artistico che su quello sociale, li seguo e li sostengo per il coraggio di presidiare uno spazio in un luogo difficile dove far cultura è saper aggregare, dove resistere è il segno di quella energia e di quell’inventiva che ho visto nel loro Romeo e Giulietta e che continuano ad avere  vent’anni dopo.
Buon compleanno amici dell’Atir!
Anna Guri
Ci conosciamo da tanto tempo.
In effetti si può dire che io vi abbia visto nascere.
Sì, penso si possa dire così.
Come certi vecchi guardando quell’adulto che all’improvviso si ritrovano davanti.
Sembra che gli abbiano fatto uno scherzo.
Non se ne capacitano proprio.
Come avrà fatto quell’esserino a diventare quest’essere umano fatto e completo che ho di fronte?
Poi gli occhi gli si riempiono di commozione.
E ripensano a tutte quelle cose che gli hanno visto fare.
Anche per me è così.
Vi ho visto iniziare a fare teatro insieme e da allora non smettere mai di farlo.
Del buon teatro, a parer mio.
Ho visto spettacoli più belli e spettacoli meno belli.
Alcuni meravigliosi.
Ho visto sale piene, mezze sale e veri e propri “forni”.
Ho visto pubblico entusiasta e meno entusiasta.
Ma soprattutto ho visto voi.
Vi ho visto tenere duro quando anche Superman si sarebbe cagato sotto.
Vi ho visto stringervi l’uno all’altro quando sarebbe stato molto più facile mandare tutto affanculo e aprire un chiosco su una spiaggia tropicale in Sudamerica.
Vi ho visto superare contrasti che sembravano insanabili.
Vi ho visto soffrire di fronte al vuoto incolmabile di una perdita.
Vi ho visto disegnare fiori sul cemento e innaffiarli di lacrime.
Vi ho visto rialzarvi e fare di più.
Vi ho visto amare.
Vi ho visto urlare dalla gioia.
Vi ho visto ridere e scherzare.
Vi ho visto giocare come bambini.
Vi ho visto e ho visto tanta tanta tanta vita.
Buon compleanno fratelli e sorelle.
Con affetto.
Aram Kian
Die Zeit ist aus den Fugen (William Shakespeare)
umso mehr braucht es die klugen … (Edith Koerber)

Il mondo è fuor dei cardini (William Shakespeare)
più che mai di saggi carente … (Edith Koerber)
(Osservate le rime scritte a regola d’arte, che rendono queste righe intraducibili!)

… sagge donne di teatro come Serena con la compagnia ATIR.

Cara Serena, amiche ed amici dell’equipe ATIR,

ci siamo conosciuti a Stoccarda nel 2004 durante la vostra partecipazione al SETT (Incontro Europeo di Teatro a Stoccarda) con la fantastica messinscena delle Troiane – giovani, pieni di energia, pieni di una sana rabbia nei confronti dei non giusti.

Esattamente dieci anni dopo siete venuti a Stoccarda, un’altra volta con due produzioni fantastiche. Sembrava che fossero passate appena dieci settimane. Perché siete rimasti giovani come allora, avete mantenuto la stessa energia e forse una più rabbia ancora più forte.

È come se aveste fermato il tempo!

Vi amiamo, vi abbracciamo con molta forza e con i nostri più affettuosi auguri per il vostro 20° compleanno!

La vostra Edith, insieme ad amiche e amici del Theater tri-bühne a Stoccarda.

VENTESIMO COMPLEANNO DEI TITANI ATIR

Associazione Teatrale Italiana per la Ricerca
Credo sia uno dei nomi più brutti della storia delle compagnie teatrali.
Davvero cacofonico, spigoloso, crudo e senza cuore.
Ecco, l’ATIR è l’esatto opposto del suo nome:
è espressione, comprensione, gestione dello spazio e delle persone.
È potenza del dire, ma soprattutto del fare, per non parlare dello stare… assieme.
Beh, provate voi, mettersi assieme a 20 anni e stare assieme per tutti questi anni, è un’impresa titanica.
Ecco perché io definisco “quelli dell’ATIR” dei Titani.
Sono davvero dei giganti che si spostano e spostano la terra, è una piccola/grande cosa che rende onore al mestiere che facciamo.
“…che leccaculo, solo perché quest’anno eri in programmazione da loro…” dice l’uomo della strada.
Beh… in effetti si potrebbe pensare così… ma no, non è leccaculismo, anche perché non l’ho sempre pensata così.

1996
ATIR- “ciao Walter, sai facciamo un’associazione?”
Walter- “Un’associazione???? Ma non è più tempo per i gruppi, il collettivo è morto”.

Intorno all’anno 2006
ATIR- “Ciao Walter, ma lo sai che forse prendiamo un Teatro?”
Walter- “Ahahahahah un Teatro, ma il Teatro è morto”.

2008
Walter- “Poi il Teatro ve lo hanno dato? Son contento, non è che posso venire a fare una cosa?”
ATIR- “Ma certo Walter, noi non abbiamo ancora aperto la programmazione, ma vieni”.

2010
ATIR- “Bello che ci sia anche tu Walter”.
Walter- “Come facevo a non venire?”

2015
ATIR- “Ci piacerebbe molto che tu facessi il tuo spettacolo da noi”.
Walter- “Ne sarei onorato”.

2016
ATIR- “Hai voglia di scrivere due righe per il nostro compleanno?”
Walter- “Eccole:”
In una periferia brutta, ma brutta è dire poco, in mezzo a molto più cemento che tossici, in un posto dove rubano nei camerini anche mentre fai spettacolo (accaduto realmente a me, in realtà avevamo lasciato le porte di sicurezza, di fianco ai camerini, aperte), in un posto dove lo stimolo sociale e culturale più grosso è dato da un SERT, l’ATIR ha portato un seme e lo ha piantato.

Il seme è fiorito e ha riempito “la piana” (definizione dello spazio antistante il teatro) di fiori. Ora i fiori sono caduti e cominciano a vedersi i frutti, gli alberi, tra poco diventerà un bosco di castagni pieni di Titani che camminano piano, ma inesorabili, verso un’idea che nemmeno loro sanno bene cos’è ma ci credono talmente tanto da influenzare anche i più cinici e farli camminare un poco con loro.
AUGURI ATIR-TITANI, auguri.
E continuate a camminare verso quella idea, anche se non si sa bene apparentemente cos’è.
Perché si sa che sono proprio gli ideali a cambiare il mondo.
16 aprile 2016 | Walter Leonardi

Quello strano “oratorio”
Così vicini, così lontani: storie che s’incrociano improvvisamente

Ci sono persone che nascono più o meno nello stesso periodo, in luoghi non lontani (solo pochi chilometri di distanza), ma vivono per anni senza mai incrociarsi e ignorando reciprocamente dell’esistenza dell’altro e poi un giorno s’incrociano e le vite iniziano ad intrecciarsi malgrado a prima vista sembri che quei due proprio non c’entrino nulla tra loro. Così è stato tra me e Serena!

Ma partiamo dall’incontro: una sera un’amica, che conosce la stima che nutro per il pensiero di Hans Magnus Enzensberger, m’invita a teatro perché mettono in scena “Prospettive sulla guerra civile”. Ci vado senza grandi attese e un po’ affaticato dai molti impegni. Arrivo trafelato e non so nemmeno chi è il regista. Dentro di me spero che non sia uno di quegli spettacoli dove Morfeo ti rapisce subito, anche perché sono pure in prima fila e ci manca solo che mi metta a russare. Lo ammetto, quella sera sono andato più per non dare un dispiacere a un’amica che per la curiosità di quel teatro.

Eppure tutto nacque da quello spettacolo. Questo regista aveva fatto qualcosa di grandioso, dava davvero parola al grande Enzensberger e mi riportava alle emozioni provate leggendo le acute riflessioni di questo intellettuale nostro contemporaneo. Alla fine dello spettacolo mi sentivo rigenerato e desideroso di conoscere il regista per fargli i miei complimenti.

Fui sorpreso dal sapere che era una donna, sì mi dissero, una ragazza, si chiama Serena.

Così feci la coda e dopo aver lasciato pazientemente che in tanti omaggiassero questa grande regista arrivò il mio turno. Serena mi guardava curiosa mentre le raccontavo con entusiasmo che anch’io come lei ero un estimatore di Enzensberger e le chiedevo: perché nel testo non avesse inserito anche qualche parte del libretto “La grande migrazione” che io reputavo uno scritto attualissimo e profondo.

Serena ascoltava e replicava: “in effetti potrebbe essere un’idea”. Solo quando diventammo amici mi confidò che lei quel testo che le citai lo ignorava totalmente. Ma i grandi registi sono così, non possono lasciar trapelare debolezze ai loro fan. Quella sera, preso dall’entusiasmo le proposi anche di tenere una lezione per la nostra scuola di formazione socio-politica diocesana, ci scambiammo i numeri di telefono e io tornai dalla mia amica contento. Le raccontai del colloquio e di quanto mi avesse colpito quella ragazza. Certo, le dissi, mi aspettavo una regista più elegante nel vestire, ma si sa gli artisti sono alternativi e abbinano i colori a modo loro.

Riuscimmo poi a vederci in quel teatro di periferia, in via Boifava e prima di pranzare insieme partecipai a una sua conferenza spettacolo per le scuole dove narrava come aveva conosciuto Shakespeare. Poi un pranzo in piazza Abbiategrasso dove iniziammo da subito a parlare di tutto: politica, religione, cinema, libri, persone.

La cosa bella fu che grazie a Serena conobbi il resto dell’Atir: Mattia, Arianna, Stefano, Chiara, Pilar, Sandra, Nadia, Maria e tutto il resto del gruppo. Mi parlarono di Fabio, scomparso da poco e iniziai a partecipare a tanti momenti formali e informali.

Bellissima fu la conoscenza con quella straordinaria donna che è Anna, la mamma di Serena. Malgrado mi disse: “guarda che io sono una mangia preti”, in realtà sempre mi accolse con enorme affetto come se fossi un figlio aggiunto.

Davvero l’Atir divenne per me come una famiglia.  E con loro feci più volte un percorso di politica e teatro dove Diocesi di Milano, Università Cattolica e Atir provarono a spiegare il senso della politica con l’ausilio dell’arte teatrale. Anche una giornata della Solidarietà la vivemmo al Ringhiera e mettemmo in scena una riflessione su giovani e lavoro. Quando il Papa nel 2012 venne a Milano per l’incontro mondiale delle famiglie ci fu un grande congresso preparatorio dove parteciparono persone da tutto il mondo (dalla Spagna vennero pure i genitori di Pilar) e alcuni attori dell’Atir ci aiutarono con una significativa lettura teatrale di storie vere. Anche le Veglie per il Lavoro sono state quasi sempre animate da attori dell’Atir e io ero contento di far conoscere ad altri questi amici che stimavo e che sentivo belle persone.

Alla prima festa della Repubblica di Fabio ebbi la sensazione di trovarmi in un oratorio. Questa impressione la provai altre volte. Sentivo quel clima di comunità fatto anche di fatiche relazionali tra le persone, ma insieme di voglia di futuro. Mi piaceva guardare le dinamiche di gruppo, la capacità di accogliere tutti, il cercare di fare spazio a ciascuno.

Abbiamo vissuto anche momenti di malattia, lutto e fatica. La morte della mamma di Mattia e più recentemente della mamma di Sandra sono stati passaggi dolorosi. Non sempre le cose sono state facili e ho accompagnato la sofferenza di un gruppo che pur pieno d’idealità e voglia di un mondo più umano si scontrava con la realtà fatta di debiti e strutture da risistemare. È un onore avere un teatro e poter fare coesione sociale, ma gli oneri non sono pochi.

Una volta ero al Parco Sempione per il compleanno di Maria e guardavo le persone presenti, quasi esclusivamente donne. Lorenzo, il marito di Nadia, era al mio fianco e mi disse: “siamo in minoranza”. Per me l’incontro con l’Atir è stato anche scoprire un mondo dove ci sono donne che amano donne e uomini che amano uomini. Io li guardo con grande tenerezza e affetto e dai volti imparo più che dai libri.

Certo, il 17 novembre 2013 mi sono trovato un po’ in difficoltà proprio al Ringhiera all’interno di un incontro organizzato da Irene e Marcela di Atopos. Ricordo il titolo: “Maschio e femmina li creò”. Fu l’unica occasione in cui mi sentii un po’ giudicato ancora prima di parlare, semplicemente per quello che simbolicamente potevo rappresentare. Sentii tutto il dolore di un mondo che chiedeva riconoscimento e che buttava fuori tanta rabbia e questa cadeva su di me semplicemente perché ero lì su quel palco. Eppure anche quell’esperienza mi aiutò molto e se tornassi indietro ritornerei sia per amicizia sia per continuare ad imparare da un ascolto che a volte chiede di raccogliere anche gli sfoghi di chi soffre.

Io sono grato all’Atir per avermi accolto come un amico, per donarmi la possibilità di gustare un buon teatro, di entrare dentro le vite bellissime e tormentate degli attori e di poter guardare la storia dell’umanità anche con prospettive che non sempre coincidono con la mia. Un giorno su Fb ho scritto “Io sono gli incontri che ho fatto” e mentre digitavo quella frase pensavo anche a Serena, Nadia, Arianna, Sandra, Mattia, Chiara, Pilar, Stefano, Maria, Fausto, Omar, Roberta, Marcela, Irene, Anna, Lucia, Matilde, Beatrice, Anna Gaia e tanti altri.

L’Atir è un crocicchio dove s’incrociano vite e ogni volta ne incontro di nuove. Un giorno assistevo ad una prova di Atopos e di fianco a me c’era Arianna, amica di Irene. Arianna veniva da Catania e siamo diventati amici e tuttora siamo in contatto. Io sono stato a Catania e lei è stata da me, ci siamo scambiati libri e idee e anche questo incontro mi ha arricchito.

E pensare che tutto iniziato da una sera in cui sono andato a teatro stanco e senza stimoli. Nella vita le sorprese belle possono giungere anche facendo cose che non si ha voglia di fare.

Io prego il mio Dio e lo lodo per questi preziosi amici a cui voglio bene.
(Walter Magnoni)

Sono un ciclista e me ne vanto. Vado a teatro solo in bici, che ci siano scrosci di pioggia, turbini di vento, tempeste di neve.
La mia sfera d’azione, fino a vent’anni fa, non si era mai spinta oltre via Dini e già mi pareva una bella prova di resistenza.
Fin là, d’accordo: con il CRT non si scherzava. Ma al di là cominciava una indistinta, nebbiosa, deserta no man’s land.
Pochi lampioni, forse lupi, orsi, serpenti. Di sicuro pantegane.
Poi arriva il perentorio invito di Serena: vieni al Ringhiera. Dove? Sì al Ringhiera, in via Boifava.
Boifava? Taccio e afferro TuttoCittà. Piantina n.37, praticamente la provinciale per Pavia. Ma siamo matti???
Calma, mi dico, in fondo è tutto sport. Vado. Freddo, naso e mani di ghiaccio. Al 17 non vedo niente. Buio.
Una scala, No, basta, torno indietro. Canticchio come la Tosca: “Nell’ora del dolore, perché, perché Signore me ne rimuneri così?”
Arrivo in alto. Uno spiazzo. Pavimento colorato. Luci sulla destra. Almeno c’è vita. Entro.
E sono travolto da un’ondata di simpatia, facce contente, allegre, vuoi mangiare qualcosa, prego, avanti, no, in sala ancora non si entra, manca poco… Ah! Il Ringhiera!!! Sì, il Ringhiera… Qui non c’è uno che non ti sorrida, non c’è uno che non ti faccia capire che mestiere meraviglioso è il teatro, che tu stia al bar o sul palcoscenico, che tu sia Serena, Fausto o quello che fa ti dà le bibite…
Segnalazione urgente per la guida Michelin: VALE IL VIAGGIO!!!!!
Un abbraccio a tutti Fausto Malcovati
Grazie fratelli e sorelle dell’Atir per tutta la ricchezza e il calore di cui ci avete fatto dono e della vostra viva e insostituibile presenza nelle nostre vite.
Coralità. Questo vi distingue. Coralità nella quale avete creduto e nella quale dovete ancora credere. Coralità che non è pensarla allo stesso modo ma sentire il battito dell’altro, il suo ritmo e averne rispetto; sintonia. Coralità che è saper far cerchio e disperdersi per ritrovarsi. Coralità come scena da cui una voce emerge più forte per essere riassorbita eppure continuare la sua strada. Coralità: così vi vedo e in ciò distinguo la vostra forza. Auguri.
Un bacio,

Maddalena Mazzocut-Mis

Cara ATIR,  questo messaggio di auguri per il tuo 20º compleanno assomiglia molto a una lettera scritta a un fratello che condivide con te l’esistenza finora trascorsa e con questa spartisce pure l’amore per quello che facciamo. Ecco, scrivo a voi come a dei fratelli che vengono dallo stesso grembo, dagli stessi pranzi natalizi, dalle stesse foto di gruppo su sagrati di chiese sparse in provincia, dalle stesse gite a finestrini abbassati.
Insomma, in poche parole e in leggerezza volevo dire a ognuno di voi, amici e colleghi miei, che questo compleanno, la festa dei vent’anni di un vigoroso fratello teatrale, è semplicemente prodigiosa e inebriante. Saperti ancora lì, cara Atir, così presente e vigile nell’amore verso il vostro operato talentuoso, dà benessere. E poi sapete una cosa? La lucida e commossa consapevolezza che ogni nostro atto, sia un monologo o un grande spettacolo o una festa drag o un sit-in o un bando di concorso, è parte di un’azione comune che facciamo tutti insieme, all’unisono, come una grande orchestra: questo è ciò che veramente dà pieno valore a quello che faccio e lenisce pure l’acuto dolore della solitudine che attanaglia sovente chi vive in compagnia della fatidica e cosiddetta arte. Lontani e sfasati, sballottati ai quattro angoli di questo eterno tempo di crisi, sento che tutti quanti noi non smettiamo di cantare, recitare, danzare, scrivere, urlare e dirigere un unico medesimo spettacolo.
Vi devo molto, quasi tutto di ciò che conta, e perciò… che fare? Così, tra il lusco e il brusco mi viene da dedicarvi un piccolo e sfigato gioiello tutto nostro. Ricordate il monologo di Paride alla fine della tragedia di Shakespeare, il personaggio improbabile e buffo che nel nostro favoloso Romeo & Giulietta io ero onorato di interpretare ogni sera di quei lontani e favolosi anni ’96 e dintorni? Eccolo, piccolo omaggio a ’sta storia di lavoro e d’amore. Prima di concedere la parola al Bardo, mi piace ricordare che per fortuna Serena ebbe la bontà d’animo di tagliare tale perla tra una tournée e l’altra.

Dolce fiore,
io copro di fiori il tuo letto di nozze.
Certo, il giardino e polvere pietra,
ma io verrò ogni notte a innaffiare
questo prato di calde lacrime d’amore

Ti amo, Atir,
tuo fratello
Francesco

Francesco Micheli

Per il lavoro che Serena con il suo Atir porta avanti da anni con grande gusto artistico, con necessità civica, condivisione comunitaria, bellezza estetica sempre sensata, esigenza contemporanea, divertente intelligente ironia l’Unica frase che mi viene in mente giunge da tempi lontani:

“Perché la città possa salvarsi e mantenere il suo teatro”
Le rane, Aristofane

Barbara Minghetti

Per la prima volta, entrai al teatro Ringhiera in un’uggiosa giornata di novembre, quasi 5 anni fa.

Avevo appena compiuto 60 anni e mi infilai di diritto nel gruppo “over 60”. Ero appena andata in pensione e finalmente potevo usare il mio tempo ma quel primo giorno non ero proprio di buonumore: stavo traslocando, lasciando la casa in cui ero stata giovane ed ero diventata madre, mi liberavo di tante cosa ma anche di un pezzo di me, ero circondata da scatoloni e poi ero stanca.

Ero un po’ intimidita e anche un po’ insicura di volermi buttare in questa nuova esperienza.

Entrai e subito trovai una calda accoglienza: un gruppo di persone che sembrava felice di stare proprio in quel posto, tanti sorrisi sinceri di chi aveva piacere di ritrovarsi, e poi… poi c’erano i grandi Nadia e Omar che sarebbero stati i nostri accompagnatori per quell’anno, con il loro giovanile entusiasmo.

Da subito mi accorsi che in quelle 2 ore, ogni lunedì, attraversando quelle porte rosse, lasciavo fuori sempre un po’ di più del quotidiano e sempre di più mi piaceva giocare con me stessa e con gli altri. Mi divertivo e le ore finivano in un lampo. Mi sentivo dentro una grande pancia che era il teatro: e, in effetti, all’interno era sempre un po’ buio e poi bisognava scendere quei gradini verso il palco ed era come una discesa verso la parte più intima e profonda.

Finirono i giorni uggiosi, tornò il sole della primavera e poi dell’estate ma dentro al teatro la sensazione era sempre quella un po’ ovattata e rassicurante della grande pancia.

E così rimasi.

Conosco le ragazze e i ragazzi di ATIR fin da quando erano allievi della scuola Paolo Grassi, di cui ero allora direttore, e ne ho sempre apprezzato l’impegno e la dedizione. Ciò che di loro, però, mi ha davvero colpito, negli anni successivi, è la strenua capacità di restare uniti al di là del tempo e degli slittamenti del mestiere e della vita, una specie di forza gravitazionale che li avvince, una potente energia geofisica che impedisce loro di disperdersi.  Pensavo che dipendesse soprattutto dalla ferrea determinazione di Serena Sinigaglia nel tenere insieme i suoi compagni di lavoro, ma a questo punto non ne sono più così convinto. Il ruolo aggregante di Serena è risultato certamente fondamentale, ma in questo caso ci deve essere stato qualcosa di più, un diverso spirito di gruppo, una passione condivisa che ha agito fin dall’inizio. Non si cammina per vent’anni nella stessa direzione – superando presumibilmente i contrasti che vi saranno pur stati, rinunciando a scelte più personali, adattandosi a un’avventura come quella di gestire una sala nelle lande inospitali del Gratosoglio, e sopravvivendo persino al lutto e al cordoglio che a un certo punto si sono abbattuti sulla compagnia – se a dar la spinta non c’è una vera consapevolezza collettiva, una profonda propensione a identificarsi in un progetto comune. Quanti giovani attori e registi abbiamo sentito che, appena usciti dalle loro scuole e accademie, si affannavano a giurarsi eterna fedeltà, a proclamare che mai nella vita avrebbero fatto un solo passo senza i colleghi? E quanti hanno effettivamente tenuto fede a questo proposito? Nell’ambiente del teatro, si sa, le rotture, le scissioni sono all’ordine del giorno. L’io vince in genere sul noi, e forse è normale che sia così, perché chi affronta il palcoscenico deve attingere alle risorse della propria interiorità, il che comporta la presa d’atto di un’acre solitudine, la difficoltà di dividere con altri la propria esperienza. Ma credo che poche volte, come nel caso di ATIR, si sia naturalmente e istintivamente affermato il principio per cui è il noi a prevalere sull’io dei singoli individui, senza imporsi su di esso dogmaticamente, come avveniva in tanti gruppi e tante cooperative teatrali degli anni Settanta, e senza soprattutto soffocarlo, ma anzi contribuendo a valorizzarlo pienamente.

Renato Palazzi

Un momento ero felice e l’attimo dopo triste. Il gioco che preferivo era fare teatro: organizzare spettacoli, truccarsi, mettersi addosso abiti vecchi della mamma, stracci arrangiati a fastosi abiti e immaginare così drammi e commedie. Rapita poi dai tumultuosi ritmi della vita… studi, impegni, famiglia, tanti interessi che però molte volte non lasciano traccia… oggi ecco ritornare “alla trasformazione” diventare un’altra persona… e tutto diventa magico, si ritorna bambini grazie all’opportunità che mi ha dato il Teatro Ringhiera
Caro Atir Teatro Ringhiera,

mi chiamo Teresa Pennati e sono molto contenta di averti trovato per caso. E’ un’esperienza bellissima averti conosciuto. Sono una persona molto timida e l’aver conosciuto degli “attori” che cammin facendo sono diventati degli amici preziosi mi ha dato la possibilità di dare il meglio di me con gentilezza e sorrisi.

Hai creato un gruppo meraviglioso che si è integrato immediatamente perché, pur avendo avuto esperienze diverse, hai contribuito a creare un ambiente famigliare ed accogliente. Sai, noi non siamo giovani ma un gruppo di “OVER 60” con una voglia matta di divertirsi e di far divertire chi viene a trovarci.

Grazie a te sono diventata più forte con tanta voglia di vivere.

In questi giorni festeggi il tuo compleanno; ti auguro di continuare a essere un posto dove le persone si incontrano, ridono, piangono, giocano e vivono con gioia le loro più belle emozioni.

Con affetto.

Questo è il testo della canzone che scrissi il giorno in cui Fabio morì. La scrissi di getto, ispirato da un giro blues di un cantante  emergente e che mi piaceva assai.

Non sono un musicista, nè certo un cantautore ma credo che l’urgenza di scrivere qualcosa in quel giorno  fece la differenza. Perchè mi riguardava. Capii quanto ero legato a Fabio e all’Atir tutto, perchè l’incontro con voi mi ha aperto orizzonti impensabili e mi ha aiutato a mettere a fuoco in maniera nitida nuovi limiti e nuove possibilità. Insomma a conoscermi come mai avrei immaginato. Un incontro potente insomma .

Non è un pezzo impegnato, ma che mi impegna. Non entrerà nelle cento canzoni più belle di sempre, neanche nelle diecimila immagino, ma io ci sono legato. E regalandovi la mia canzone vi regalo il mio impegno a sostenere e a dar forza allo spirito che vi spinge a spostare sempre più in la i confini per la realizzazione di utopie, alle volte possibili.

Io vi voglio bene, tanti auguri assje,
Max

PER TE ( a Fabio, e quindi  all’A.T.I.R.)

mi-
Un ex attrice educatori un po’ spanati
La-
coi disabili nello spazio dell’expo
do7
laboratori di teatro
sai di quello integrato
si-7
lavoriamo per una società miglior
mi-
lui l’abbiamo incontrato
sarà stato dieci anni fa
la-
gran maestro della nobile clownerie
do7
attrezzista  fantasista
spalle larghe fisicato
si-7
coda lunga in una fascia multicolor
rit. la-
entra col nonno  e dice “signori questa è una rapina
mi-
tope a terra senza troppo blaterar”
do7
non ce n’è  non ce n’è
si-7                              mi-
questo è un blues per te
do7
non ce n’è  non ce n’è
si-7
questo è un blues per te
mi-
e  intanto il tempo passa e noi ci allarghiamo
la-
cresce anche una certa intimità
do7
da Pomponazzi a Gratosoglio
tra Shakespeare e Stanlio ed Olio
si-7
qui si esaltan le diverse abilità
mi-
e lui ha provato anche  a farci ballare
la-
coreografie si con una certa elasticità
do7
camminate nello spazio
salti finti dal trapezio
si-7
l’allenamento con la box teatrale
rit.  la-
lui ci guarda con quell’aria intoscanita
mi-
e balliamo insieme ai se ye ye
do7
non ce n’è  non ce n’è
si-7                         mi-
questo è un blues per te
do7
non ce n’è  non ce n’è
si-7
questo è un blues per te
mi-
e la sua vita organizzata in un furgone
la7
serve il mondo in due secondi eccolo qua
do7
sputa fuoco trampoliere
il teatro il suo mestiere
si-7
è una drag ma che gran sensualità
mi-
e tra spettacoli tournèe lezioni aperte
la-
quante storie che avrò da ricordar
do7
faccia bella impertinente
tocca il culo anche se utente
si-7
quanto hai dato per gli Spazi del Teatro
la-
lui sorride e ci mostra il suo sedere
mi-
ancheggiando col cilindro se ne va
do7
non ce n’è  non ce n’è
si-7                         mi-
questo è un blues per te
do7
non ce n’è  non ce n’è
si-7
questo è un blues per te
mi- la- do7 si-7 mila-
questo è uno dei fioriuno dei mille fiori
mi-
cresciuto insieme a te
do7                                        si-7              mi-
non ce n’è non ce n’è questo blues è per te
la-
per te
do7
per teeeeeee

Max Pensa

Vi confesso un segreto, non ho mai amato il  teatro fino a quando non ho incontrato  il  Teatro Ringhiera. Qui ho scoperto una realtà profondamente  integrata in una periferia, che il teatro ha reso centrale, di più internazionale! Dove si lavora con  i giovani (e va bene) ma anche con i bambini, e perfino con i nuovi bambini ormai in pensione (fortunati loro, dirà qualcuno), insomma voglio dire gli over 60, e ancora per quelli che hanno deciso di rimanere bambini. Mi è parsa una esperienza straordinaria dove si incontrano persone straordinarie, con le loro storie diverse e una gran voglia di vivere, con gioia, insieme.
La nascita di ATIR, vent’anni fa, ha segnato insieme una novità e un ritorno alla tradizione. Dopo decenni segnati dal predominio della regia, dalla ricerca, dall’immagine, quella giovane compagnia ha posto al centro del proprio lavoro l’attore e la parola. L’attore di parola. Un po’ come avevano fatto, alla svolta tra i Sessanta e i Settanta, le cooperative teatrali nate sull’onda ribelle, egualitaria e anti-autoritaria del ’68. E’ vero che ATIR si coagula intorno a una giovane regista di carisma e di carattere come Serena Sinigaglia, alla quale va riconosciuto il merito di aver capito come stesse cambiando la figura dell’attore e offrendo così un punto di riferimento e un’occasione di crescita umana e professionale.

Il nuovo attore uscito dalla “Paolo Grassi” poco più di vent’anni fa si discosta dal modello precedente, per così dire “l’attore a una dimensione”, la supermarionetta costruita per un regista demiurgo. Trascende anche il successivo politeismo, quello determinato dalle diverse scuole registiche. Quello di ATIR è un attore laico, che sa che esistono tanti teatri e si plasma al contatto con le diverse tecniche e opzioni, senza sposarne (o escluderne) nessuna. Non è solo un problema di tecnica, di una molteplicità di strumenti da estrarre in caso di necessità. E’ piuttosto una stratificazione di rapporti e di esperienze, che riemergono perché richiamati dalle circostanze, perché fanno parte di un patrimonio umano prima che professionale.

Anche per questo gli attori (e soprattutto le attrici) di ATIR incarnano piuttosto una figura d’autore-attore che contribuisce creativamente alla creazione (alla creatività) dello spettacolo. Non a caso molti (e molte) di loro hanno spesso intrapreso una carriera parallela (o meglio intrecciata) di regista (e forse prima ancora di fatto autore/autrice) dei propri monologhi e magari anche di altro.

Da questo aspetto dipendono anche altre caratteristiche della compagnia. In primo luogo una sensibilità civile e politica, un dialogo con l’attualità italiana nelle e con le sue contraddizioni (e forse, sperabilmente, opportunità).

Una prima conseguenza è la costante collaborazione con la drammaturgia contemporanea, in particolare italiana, e spesso commissionando testi per esplorare, in forma teatrale, questo o quel nodo problematico.

Un altro portato di questo atteggiamento è la disponibilità a non farsi intrappolare nel ruolo professionale dell’attore, mettendosi fuori dal ruolo dello scritturato dalle “compagnie primarie di prosa”. Certo, c’è lo spirito militante e di gruppo che ancora dà energia al progetto, ma c’è anche la consapevolezza che facciano parte del lavoro dell’attore anche attività in apparenza lontane dal lavoro di palcoscenico, a cominciare dagli aspetti tecnico-organizzativi e dal rapporto con il territorio, per arrivare alle esperienza pedagogiche e laboratoriali.

In questo ATIR è stato un laboratorio in cui si sono formati – e sono cresciuto professionalmente – molti degli attori di quella generazione: molti sono rimasti, altri hanno spiccato il volo. E la compagnia, guidata con ferma determinazione da Serena Sinigaglia, costituisce un possibile modello per altre giovani realtà. O, come si dice oggi, per le “start-up” dello spettacolo dal vivo.

Oliviero Ponte di Pino

ATIR Teatro Ringhiera, un binomio che mi ha fatto ritrovare la passione per il teatro che avevo fin da giovane. Ho fatto vari spettacoli negli oratori sia in lingua che dialettali. Nel 1969/70 partecipai ad uno spettacolo vero e importante presentato alla Triennale, fu un successo. Poi silenzio per trent’anni. Nel 2009 mi trovavo all’anagrafe, mentre aspettavo il mio turno, vidi una locandina dove ATIR faceva un laboratorio di teatro per gli over 60.
Telefonai, mi dissero di presentarmi presso il Centro Civico al Primo piano, mi fecero leggere ROMEO e GIULIETTA, lo spettacolo che presentammo con successo.
Oggi siamo ancora qui, con l’aiuto, la pazienza, l’insegnamento di NADIA, STEFANO, LORENZO, GABRIELE, OMAR e la supervisione di SERENA.
Grazie ancora a tutti.

Giovanni Pozzi

Con la primavera 2001 arriva a Perugia anche la freschezza e la gioia di fare teatro della compagnia Atir, che riempie di spettatori il Teatro Morlacchi con la forza di un titolo intramontabile, “Romeo e Giulietta”, e il passaparola del pubblico.

31 gennaio 2002, Panicale, un piccolo borgo sul Lago Trasimeno, un piccolo teatro di 150 posti. La tanto decantata magia del teatro accade su un fazzoletto di palcoscenico, 5 metri di profondità e 4,5 di boccascena, dove 10 attori appassionati riescono a portare in scena il loro bellissimo lavoro: “Re Lear, tutto su mio padre”. Il pubblico incredulo ed emozionato li applaude con slancio. C’ero anche io, e di nuovo l’energia e la generosità degli attori, il rigore dell’operazione registica ci conquistano, e l’anno dopo lo stesso spettacolo è in cartellone al Teatro Morlacchi di Perugia. Di nuovo un successo, incontri con gli abbonati e gli studenti universitari, partecipazione e consensi.

Molti i titoli che negli anni hanno favorito l’incontro della compagnia con il pubblico umbro, fino ad arrivare a un gradito ritorno, un’altra sfida: 9 aprile 2016, di nuovo Panicale, questa volta con “Alla mia età mi nascondo ancora per fumare”: 8 donne in scena prendono per mano gli spettatori e li accompagnano nell’intimità delle loro storie… “sembrava davvero di essere dentro un hammam” commentano in tanti, mentre ancora applaudono commossi e felici.

Bianca Maria Ragni
Responsabile Circuito Regionale
Teatro Stabile dell’Umbria

Cara Serena e tutta l’ATIR,
quanta strada avete fatto da quando avete cominciato 20 anni fa e che bello essere vostri compagni di viaggio nelle occasioni in cui abbiamo collaborato!
Quanta passione e impegno nel vostro lavoro, quanta forza nel portare avanti con convinzione un progetto originale e difficile!
Quanta bellezza in tanti risultati!
Speriamo che continuiate così per altri 20 anni, quello che fate è molto importante per la città e per il teatro in generale, l’entusiasmo e la costanza del vostro operare sono un esempio e un modello di impegno per tanti giovani.
Vi facciamo tanti tanti auguri di un sempre maggiore successo e soddisfazioni
con molto affetto
Annalisa Rossini
e tutta Granara
Gli auguri per il ventesimo compleanno!
Non c’è occasione migliore per esprimere i sentimenti più belli e più veri a tutti voi che, con il vostro modo di essere e di sentire le cose, avete permesso anche a me a ottant’anni di conoscere e giocare al teatro.
Penso che l’occasione sia bella per raccontare la nostra storia.
Quando ATIR è entrata al teatro Ringhiera, (forse era il 2009?) si è trovato a gomito a gomito con IL RITROVO 15, l’associazione anziani del quartiere.
Molte perplessità e molte curiosità prima di capire cosa stesse succedendo con quest’andare e venire di nonni e ragazzi sulla piazzetta, la Piana.
Presto cominciammo a salutarci a scambiarci piccoli favori e noi fummo subito affascinati dalla loro semplicità, dalla freschezza e dalla reciproca disponibilità. Fu facilissimo diventare amici e così nacque da parte loro l’idea di fare un laboratorio teatrale per anziani.
Una decina di persone aderì subito. Cominciammo a muoverci nello scantinato a scioglierci, vincere le timidezze, a vincere tutte le paure, imparando a stare insieme in un gruppo amico e solidale.
Un mondo tutto nuovo per noi. Il laboratorio era condotto da attori veri Stefano Orlandi, Mattia Fabris, Lorenzo Piccolo, Nadia Fulco… più tardi Omar Nedjari… bravissimi, pieni di passione, gentilissimi con una paziente capacità di coinvolgimento che ci ha resi veramente felici. Abbiamo oltre sessant’anni e facciamo teatro! Poi l’idea fantastica fu di Serena Sinigaglia, recitare “Romeo e Giulietta”. Fantastico e ambizioso fu, cercare di interpretare la freschezza dei due famosi adolescenti innamorati attraverso la nostra lunga esperienza di vita. In questo non so se ci siamo riusciti; ma noi eravamo innamorati davvero.
Questa esperienza dura ormai da sette/otto anni, abbiamo realizzato sette spettacoli, e questa esperienza continua a essere straordinaria perché unisce persone diverse con grande amicizia e gioia per fare teatro insieme.
Ho imparato da voi quanto un gruppo così unito e solidale anche dopo vent’anni, possa affrontare tutte le difficoltà e continuare caparbiamente a esserci, e voi ci siete ancora tutti.
Amo i vostri spettacoli e i vostri progetti perchè coinvolgono tutti, dagli anziani ai bambini ai più sfortunati.
Vi siete inventati cose belle per tutto il quartiere, per rendere bello il nostro teatro Ringhiera e adesso vi siete inventati pure la Piana che dovrà diventare piazza Fabio Chiesa, bellissima.
Un’utopia? Forse, ma io penso che le utopie servano ad andare avanti e raggiungere le piccole e le grandi mete.

Buon compleanno, siete delle belle persone, grazie. Vi abbraccio.

Difficile trovare la parola, la foto o la canzone che possa racchiudere l’affetto che ho sentito per la compagnia sin dall’inizio del mio incontro con loro.

Un affetto che è cresciuto col passare degli anni e che non ha mai perso il suo incessante percorso nutrito dalle produzioni che la compagnia ha confezionato in questi venti anni. La tenacia e la passione con cui hanno costruito la loro casa di “ringhiera” che è diventata la casa “necessaria” per molti, per tanti.
L’affetto contiene stima per la grande professionalità di questa squadra di giovani donne e uomini “in direzione ostinata e contraria” (come vi canterebbe De Andrè)

Che dire io VI AMO !!!

VI AMO con…
Attrazione
Totale
Irresistibilmente
Rivoluzionaria

Il vostro “maghetto” Elio

Cara Serena,
fai bene a chiedere ciò che nel cuore e nella mente avrei già fatto cento volte perché la stima e lo slancio che provo ogni volta che ricevo una tua mail è tale che ogni volta questa lettera avrei voluto scrivertela ma non l’ho mai fatto e dunque grazie che me lo fai fare tu. Da quando con mio figlio ho visto le tue Baccanti ho visto la tua energia e il tuo coraggio ma anche quella dolcezza che ritrovo nel tuo sguardo e sei l’unica regista che seguo con gioia e direi partecipazione. Ricordo sempre con infinita tenerezza il nostro primo incontro/scontro dopo una ospitalità di un tuo spettacolo ma ricordo solo che ti ho ‘sgridato’ e che poi mi hai mandato una pianta con un bellissimo messaggio. Era il tronco della felicità che negli anni era diventato bellissimo, forte e alto e che non puoi sapere come ho sofferto quando dal mio ufficio è sparito. Qualcuno me l’aveva rubato. “Che sia felice anche quello o quella che me lo ha portato via” – mi sono detta – “tanto io quel tronco lo sentirò crescere dentro di me”, e così è stato e oggi eccomi qua a scriverti queste parole piene di ammirazione per quello che hai fatto fino a qui, all’ombra di quella pianta. Ecco. E continua con freschezza altri 20 anni cara Serena te lo augura una Andrèe che con il Pierlombardo/Parenti di anni di attività ne ha già compiuto più di 40 nella sua sede e spero di non averla ancora persa la mia freschezza. Metti tu la punteggiatura che preferisci. Aggiungi punti esclamativi e cuori rossi. Tutti gli spazi vuoti tra una parola e l’altra sono tuoi.

Andrèe Ruth Shammah

Quattro  anni fa,  ai  primi di ottobre, ero andata con una mia amica all’inaugurazione della piazza sita davanti al teatro Ringhiera, dedicata ad un giovane attore Fabio Chiesa morto in un incidente. Terminata  la cerimonia, ho adocchiato un volantino che invitava gli over 60 ad iscriversi ad un corso di recitazione.
E’ stata  una folgorazione! Io amo leggere ad alta voce. Quando insegnavo, leggevo spesso ai miei alunni e mi piaceva giocare con la voce interpretando i vari personaggi. Così mi sono iscritta, anche se un po’ titubante (a una certa età è difficile mettersi in gioco!). Questa mossa che consideravo per lo meno azzardata si è rivelata invece l’avvio di uno straordinaria e autentica avventura. Ho trovato un gruppo di persone appassionate di teatro come me, desiderose di sperimentarsi e di perseguire i propri sogni e le proprie più intime passioni. Siamo diventati una compagnia teatrale! Per questo festeggio con un applauso all’ATIR e al teatro Ringhiera, i suoi 20 anni e… i miei 4.
“Ventennale dell’ATIR”

C’era una volta un piccolo teatro di periferia, abbandonato da tanti anni. Davanti al teatro si apriva un piazzale, meta di vari diseredati, e da cui la gente del quartiere cercava di stare alla larga. Poi, un giorno, dei giovani artisti, una regista e un gruppo di attori, decisero di riaprire il teatro per dare spazio al sogno e alla cultura, attraverso spettacoli che sapevano emozionare. Purtroppo, uno di questi attori morì e il piazzale cominciò a riempirsi di fiori dipinti, gli stessi fiori che aveva desiderato dipingere lui. Lentamente, tornò ad essere frequentato dagli abitanti del quartiere. I giovani non erano solo molto bravi nel loro lavoro, ma anche umili e gentili con chiunque; ma quello che contava di più è che avevano l’idea di un teatro aperto a tutti: bambini, adolescenti, anziani e diversamente abili erano i benvenuti. Ma come in tutte le favole che si rispettino, anche qui c’era il cattivo: i creditori che, anziché riconoscere il valore di quegli artisti e del loro ruolo all’interno del quartiere e non solo, continuavano a pretendere soldi e ancora soldi per le spese e per l’affitto di quel teatro che i giovani avevano fatto rinascere. Questi erano oberati di debiti e non ce la facevano più ma, ostinati, cercarono di resistere chiedendo aiuto ai cittadini. Molti risposero alle loro richieste, tanti non alzarono un dito perché erano così ottusi da non capire l’importanza di quel luogo. Ma come tutte le favole, anche questa vogliamo che abbia un lieto fine: l’aiuto arrivò, loro poterono continuare la loro opera meritoria e così, artisti e cittadini vissero felici e contenti.

Grazie, ATIR

Immagine

(ho sempre sognato di avere l’occasione di lanciarmi in un gioco stile Bartezzaghi!)

Tanti auguri! Certo che compiere vent’anni nel quattrocentenario di Shakespeare è una bella coincidenza significativa, no?

L’Atir è nato con Shakepeare. E, in effetti, l’incontro fatale con Shakespeare io lo devo a voi: me l’avete conficcato dritto nel cuore con Re Lear: tutto su mio padre. Mi commosse più di quanto non possa dire. Uno spettacolo a cui ho ripensato spesso, quando mi sono messa a scrivere per offrire a mio padre, come aveva fatto Serena per il suo, “un funerale da re”. E poi la lezione-teatro DiADaInConSuPerTraFra Shakespeare: esempio magnifico, insieme a Eros e Thanatos, di come si possa divulgare la cosiddetta “cultura alta” e raccontare il processo creativo tenendo il pubblico inchiodato alla sedia tra lacrime e risate.

Da allora sono una fan sfegatata del lavoro di Serena e faccio il tifo per voi. Vengo a vedere cosa c’è di scena al Ringhiera appena posso, di preferenza last minute (il ragazzo che stacca i biglietti mi conosce bene: sono la fulminata che non riesce a tenere a mente che due sere la settimana – ovviamente non ricordo quali – lo spettacolo comincia prima, arrivo in ampio ritardo, mangio un’arancina di consolazione e torno la sera dopo).

Che bello che siate ancora insieme dopo vent’anni.

Cento di questi giorni!

Benedetta Tobagi

Se mi chiedessero cosa sia “fare Teatro” io risponderei citando Gramsci: per me fare Teatro oggi significa essere Partigiani della e nella vita.

 Mi chiamò Serena Sinigaglia tempo fa per chiedermi  di partecipare alla messa in scena di uno spettacolo dell’Atir “Nazional Popolare: da Gramsci ai Reality Show”, voleva che salissi sul palco per raccontare del motivo che mi aveva condotto ad ideare il documentario “Il Corpo delle Donne” che analizza e cerca di spiegare come siamo arrivati in Italia ad una tv che ha abdicato totalmente alla funzione educativa del Servizio Pubblico.

“Mamma, ma fai l’attrice?” mi chiese mio figlio stupito quando mi spostai dalla prima fila tra il pubblico, al palcoscenico.
 Non facevo l’attrice, partecipavo con altre e altri ad un evento di Cittadinanza Attiva, due ore in cui ATIR  sapientemente mescolava impegno civile e divertimento, che è uno dei metodi più di successo per attivare presa di coscienza e apprendimento .

Buon Compleanno dunque ATIR. Una gioia, e un orgoglio, avervi a Milano.
Lorella Zanardo

Il mio teatro

Il significato della mia esperienza di teatro con gli over 60 all’Atir richiede il ripercorrere alcuni episodi della mia vita.
Nasco timidissima. La mia maestra delle elementari, incontrata a casa della mia migliore amica, vedendomi con una minigonna rossa (erano gli anni ’70) restò meravigliatissima ed esclamò: “Tu, che eri così timida!”.
Pochi anni dopo, saranno stati gli anni ’80, un amico registra televisivo mi disse “Tu hai la faccia molto mobile. Se ti mettessi davanti una telecamera?”. Rimasi impietrita e risposi: “rimarrei impietrita”. Per tutta risposta disse: “me lo immaginavo!” E finì lì. Ancora oggi se mi dovessi trovare in una situazione del genere la reazione sarebbe la stessa.
Il teatro, invece, non mi fa questo effetto, anzi, mi permette di mettere in scena parti di me che altrimenti non esporrei. Vorrei capire meglio il perché. Forse perché il gioco è più chiaro. Persone di fronte a persone, non a macchine.
Illuminante fu la prima esperienza: Giulietta e Romeo, dove facevo il padre di Giulietta e dovevo incavolarmi di brutto. Non ci riuscivo più di tanto.
In una prova Serena mi aggredì dicendo: “Più incazzata, Daniela, più incavolata. Pensa a qualcosa che ti fa arrabbiare molto”.
Folgorata ho pensato ad una situazione che trovavo profondamente ingiusta. Dissi “Sì” e riuscii a rappresentare il mio furore. Evviva! Avevo compreso la forza liberatrice del mio stare su un palcoscenico.
Da questo ho messo in scena la mia parte maschile, le mie incertezze e tante altre cose: EVVIVA LA LIBERTÀ, QUELLA DI ESSERE NOI STESSI IN OGNI SFACCETTATURA DEL NOSTRO IO.
Insomma per me teatro vuol dire libertà.

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