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SUMMARY:Aldilà di tutto
DESCRIPTION:Chiara Stoppa\, nel 2010\, dopo una lunga malattia\, esordisce in teatro con il suo monologo Il Ritratto della Salute\, scritto con Mattia Fabris\, spettacolo apparentemente sul tema del tumore ma che in realtà affronta la difficile questione delle scelte che si fanno nella propria vita.\nDopo questo felice primo lavoro personale\, Chiara decide di affrontare un tema ancora più complesso: la morte e l’accompagnamento verso di essa. Per questo secondo capitolo\, la scelta drammaturgica verte su un dialogo e Chiara individua subito come sua interlocutrice Valentina Picello\, sua amica e collega da vent’anni. Le unisce un’affinità artistica ma soprattutto la condivisione di momenti di vita fra cui un viaggio on the road in Croazia nel 2014 durante il quale tutto ciò che capita loro le porta inevitabilmente ad uno scontro/riflessione su vita\, morte e miracoli che possono accadere. \nIl luogo in cui approdano è la stessa isola in cui l’anno prima Chiara ha accompagnato la sua amica Giovanna per un’ultima vacanza. Giovanna è malata. Giovanna ha trentaquattro anni. Giovanna morirà dopo un mese. Dopo questa vacanza\, Giovanna regala a Chiara la sua ultima settimana di vita in ospedale\, in cui raccoglie pensieri ed emozioni\, riflessioni e contraddizioni. \nL’estate dopo\, con Valentina\, sulla stessa isola\, si trasforma nella possibilità di rivivere spazi\, rapporti e pensieri con un tempo nuovo\, non calcolabile\, non identificabile ma solo attraversabile. \nChe cos’è questo tempo? Non coincide con nulla\, è in mezzo\, è quello che c’è in mezzo. Il concetto della vita e della morte vanno scissi. I due limiti del segmento A e B sono nascita e morte\, non vita e morte. Quello che ci sta in mezzo\, gli infiniti punti C\, sono le possibilità che le due attrici vogliono raccontare. \n«Come è già accaduto con la giovane e notevole compagnia “Eco di fondo” per lo spettacolo  “La sirenetta”\, anche in questo lavoro di Chiara Stoppa e Valentina Picello\, che non sono una compagnia ma un duo di fatto per antica e appassionata amicizia e comune sentire teatrale\, ho deciso di portare il mio sguardo un po’ da esterno all’interno del loro laboratorio creativo. Anche qui non si parte da un testo ma insieme all’attore e drammaturgo Carlo Guasconi\, che ho potuto conoscere e apprezzare durante uno degli ultimi premi Riccione (di cui sono in giuria)\, il copione si costruisce giorno per giorno\, prova per prova\, facendo raccontare\, recitare\, cantare\, esprimersi Chiara e Valentina. Se questo modo di creare un spettacolo mi è nuovo e piuttosto ignoto\, e anche per questo mi incuriosisce\, quello che invece non mi è nuovo per nulla è il tema di questo lavoro. La morte a teatro\, la coesistenza dei vivi e dei morti\, il morire e il dover rialzarsi perché è tutto per finta\, e domani si ricomincia\, tutto questo mi risuona. Come anche il chiedersi dove si va\, se si va\, in qualche luogo o in qualche tempo\, dopo morti; come i vivi pensano ai morti\, e come forse i morti si occupano dei vivi. Sentire discutere Chiara e Valentina su le morti\, anche le loro\, mi porta inesorabilmente a pensare alle mie\, a quelli che non ci sono più\, a quanto è prezioso e delicato esserci\, e sopratutto a quanto il teatro ci salva\, portandoci fuori delle ferree leggi della natura e della Storia. Per lasciarci lì dove tutto esiste per un istante e per sempre\, perché finita una storia la si può sempre ri raccontare\, o raccontarne di nuove\, in un eterno e poi\, e poi…..»\nArturo Cirillo \ndi e con Valentina Picello e Chiara Stoppa\ndrammaturgia Carlo Guasconi e Chiara Stoppa\nSupervisione Arturo Cirillo\nassistente alla regia Lorenzo Ponte\nscene e costumi Eleonora Rossi\ndisegno luci Alessandro Verazzi\nscelte musicali Roberta Faiolo\nproduzione ATIR Teatro Ringhiera\ncon il sostegno di NEXT ed. 2018/2019 progetto di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo\nsi ringrazia Olinda/TeatroLaCucina per la collaborazione \nACQUISTA BIGLIETTI ONLINE  \n 
URL:https://www.atirteatroringhiera.it/spettacolo/aldila-di-tutto-teatrogerolamo-241026/
LOCATION:TEATRO GEROLAMO\, piazza Cesare Beccaria 8\, Milano\, 20122\, Italia
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SUMMARY:(S)legati
DESCRIPTION:Siamo due amici. Siamo due attori. E siamo due appassionati di montagna. Meglio: arrampicatori della domenica. Alcuni anni fa ci siamo imbattuti nell’incredibile storia vera degli alpinisti Joe Simpson e Simon Yates. \nÈ la storia di un sogno ambizioso\, il loro: essere i primi al mondo a scalare il Siula Grande\, attaccato dalla parete ovest. Ma è anche la storia di un’amicizia\, e della corda che\, durante quella terribile impresa\, lega questi due giovani ragazzi.\nLa corda che mette la vita dell’uno nelle mani dell’altro. Come sempre avviene in montagna. \nC’è dunque una cima da raggiungere. C’è l’estenuante conquista della vetta.\nC’è la gioia dell’impresa riuscita. E infine\, quando il peggio è passato\, e la strada è ormai in discesa\, c’è la vita\, che fa lo sgambetto e c’è la morte\, che strizza l’occhio: un terribile incidente in alta quota. Joe durante una banale manovra si rompe una gamba.\nDa quel momento in poi\, tutto cambia. L’impresa diventa riuscire a tornare vivi: a 5.800 metri\, la minima frattura si può trasformare in una condanna a morte\, i due ragazzi ne sono consapevoli\, ma nonostante le condizioni disperate tentano un’operazione di soccorso.\nTutto sembra funzionare finché\, proprio quando le difficoltà sembrano superate ecco che c’è un altro imprevisto\, questa volta fatale: e c’è allora il gesto\, quel gesto che nessun alpinista vorrebbe mai trovarsi obbligato a fare: Simon è costretto a tagliare la corda che lo lega al compagno. Un gesto che separa le loro sorti unite. Che ne (s)lega i destini per sempre.\nQuell’atto estremo però\, in questo caso miracoloso\, salverà la vita a entrambi: tutti e due\, riusciranno a tornare vivi al campo base. E a ritrovarsi insperatamente lì dopo 4 giorni. \nÈ la storia di un miracolo. Di un’avventura al di là dei limiti umani\, ed è al contempo una metafora: delle relazioni\, tutte\, e dei legami. La montagna diventa la metafora del momento in cui la relazione è portata al limite estremo\, in cui la verità prende forma\, ti mette alle strette e ti costringe a “tagliare”\, a fare quel gesto che sempre ci appare così violento e terribile\, ma che invece\, a volte\, è l’unico gesto necessario alla vita di entrambe. \ndi e con Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris\nluci Alessandro Verazzi\nmusiche Sandra Zoccolan\nproduzione ATIR  \nSalva Salva Sal ACQUISTA BIGLIETTI
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SUMMARY:Un alt(r)o Everest
DESCRIPTION:Jim Davidson e Mike Price sono due amici. Sono una cordata. Nel 1992 decidono di scalare… la loro montagna: il Monte Rainier nello stato di Washington\, Stati Uniti. Il sogno di una vita\, una vetta ambita da ogni scalatore\, un passaggio obbligatorio per chi\, nato in America\, vuole definirsi Alpinista. “The Mountain” come la chiamano a Seattle. Ma le cose non sono mai come ce le aspettiamo e quella scalata non sarà solo la conquista di una vetta. Sarà un punto di non ritorno\, un cammino impensato dentro alle profondità del loro legame\, un viaggio che durerà ben più dei quattro giorni impiegati per raggiungere la cima. \nUn alt(r)o Everest è una storia vera\, non è una storia famosa\, da essa non è stato tratto nessun film\, ma potrebbe essere la storia di ognuno di noi. E forse lo è. Proprio per la sua spietata semplicità. Una storia che racconta le difficoltà e i passaggi obbligatori che la vita ci mette davanti. Crepacci. Non possiamo voltarci dall’altra parte e non possiamo giraci intorno ma solo attraversarli. Due amici\, due vite\, due destini indissolubili. \nNOTE DI REGIA\nLo spettacolo è la naturale evoluzione di (S)legati. Dopo (S)legati\, infatti\, abbiamo sentito la “chiamata” e in qualche modo il “dovere” di continuare l’indagine così ricca e fruttuosa\, nata durante tutto il percorso nel circuito della montagna.\nPer farlo\, però\, non ci bastava una semplice storia di alpinismo (in effetti\, ne esistono a centinaia di imprese e avventure tra la letteratura alpinistica). Avevamo bisogno di una storia che potesse elevarsi a paradigma\, che potesse\, in qualche modo\, contenere le storie di tutti\, anche di chi la montagna non la frequenta o addirittura non la ama. Una storia che fosse\, per dirla in breve\, universale. E l’abbiamo trovata: la storia di Mike e Jim parla di qualcosa che tutti abbiamo conosciuto e con la quale prima o poi dobbiamo fare i conti: la perdita\, il lutto\, la mancanza… e assieme quel dialogo\, silenzioso e profondo che continuiamo ad avere con le persone che non sono più con noi ma che in qualche modo… continuano ad essere con noi.\nJacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris \ndi e con Mattia Fabris e Jacopo Maria Bicocchi\nscene Maria Spazzi\nlight designer Alessandro Verazzi\nscelte musicali Sandra Zoccolan\nassistenti alla scenografia Erika Giuliano e Marta Vianello\nproduzione ATIR\ncon il sostegno di NEXT 2016\n \nACQUISTA BIGLIETTI ONLINE  \n  \n 
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SUMMARY:Anche i sogni impossibili. Il quindicesimo ottomila di Fausto De Stefani
DESCRIPTION:Chi sono io? Questo sembra chiedersi\, senza timore\, da sempre\, Fausto De Stefani. La risposta è facile\, potremmo dire noi: Fausto De Stefani è il secondo alpinista italiano e sesto al mondo ad aver scalato tutti i 14 Ottomila. Quindi va da sé: Fausto de Stefani è un alpinista. Meglio: uno dei più forti alpinisti al mondo. Ma sarebbe una risposta sbagliata. Fausto non si definirebbe mai così. Semmai l’alpinismo lo ha aiutato e spinto a domandarsi con più intensità e precisione la stessa domanda: chi sono io? Non sono tanto le imprese a definirlo\, non è tanto il cosa ha fatto in montagna\, ma piuttosto il come lo ha fatto. Fausto ha sempre guardato alle montagne come a un mezzo\, mai come a un fine. Un tramite per conoscere il mondo e – questa sì un’impresa – conoscere sé stessi. Le montagne sono state il coronamento di un sogno\, ma solo uno dei tanti che popolano il suo animo. \nContadino\, carrozziere\, escursionista\, alpinista\, fotografo\, ambientalista\, attivista\, Fausto è un sognatore da sempre. Fin da quando\, bambino\, ascoltava le storie di Mandelo\, un vecchio vagabondo della Bassa Mantovana\, che incantava i bambini delle cascine con i suoi racconti. “Salite sulla mia mongolfiera”\, diceva loro\, e quella voce capace di dialogare con il vento e con i fiori\, li trasportava nei più remoti angoli del globo. Da quella mongolfiera\, spinta dal vento della fantasia\, Fausto non è mai sceso. È da quella speciale prospettiva tra sogno e realtà che ha visto il mondo\, le persone che lo abitano e le diverse culture che lo popolano. Ripercorrere la strada di Fausto\, dunque\, significa non solo conoscere la storia di uno dei più forti e determinati alpinisti del mondo ma\, soprattutto\, immergersi in una visione del mondo. Una visione che mette in cima alla scala delle priorità sempre l’uomo\, le sue fragilità\, le sue ambizioni\, i suoi sogni e le sue contraddizioni. Ovunque Fausto sia andato ha sempre cercato di lasciare un segno\, di comprendere la cultura del luogo\, incontrare le persone\, stringere relazioni\, rispettare l’ambiente. Un percorso umano\, molto prima che alpinistico\, coronato dalla sua impresa più grande\, forse l’unica di degna di portare quel nome\, il suo XV Ottomila: la realizzazione della Rarahil Memorial School\, una scuola in Nepal\, nella valle di Katmandu. Un gesto di senso\, concreto\, duraturo\, al servizio dei bambini e dei ragazzi di quel Paese che tanto gli ha dato. Ma Fausto non si è fermato. Ha continuato a scalare le vette dei suoi sogni fino a vederne realizzato un altro: “La collina di Lorenzo”\, la sua dimora incantata. Lì\, su quella piccola altura tra Brescia e Mantova\, giungono bambini da tutta Italia\, per imparare a conoscere la natura e l’ambiente. Tutti riuniti attorno a lui\, mentre li porta in volo\, sulla stessa mongolfiera che fu di Mandelo\, ad esplorare il mondo. Bonatti\, alla fine della sua carriera\, si dedicò a quello che lui chiamava alpinismo orizzontale; nel caso di Fausto possiamo parlare senza sbagliare di “alpinismo umano”. \nLa storia di Fausto supera di gran lunga i confini della montagna. Parla alla fantasia e alla capacità di sognare del bambino che dimora in ognuno di noi. E parla agli adulti che siamo o che diventeremo\, che si dibattono nel trovare un senso alle proprie azioni e alla propria vita. \ndi e con Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris\nscene Lucia Rho\nlight designer Roberta Faiolo\nproduzione ATIR\nin collaborazione con Montura \ncon il sostegno di NEXT ed. 2022/2023 Progetto di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo \nACQUISTA BIGLIETTI ONLINE  \n 
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SUMMARY:Anche i sogni impossibili. Il quindicesimo ottomila di Fausto De Stefani
DESCRIPTION:Chi sono io? Questo sembra chiedersi\, senza timore\, da sempre\, Fausto De Stefani. La risposta è facile\, potremmo dire noi: Fausto De Stefani è il secondo alpinista italiano e sesto al mondo ad aver scalato tutti i 14 Ottomila. Quindi va da sé: Fausto de Stefani è un alpinista. Meglio: uno dei più forti alpinisti al mondo. Ma sarebbe una risposta sbagliata. Fausto non si definirebbe mai così. Semmai l’alpinismo lo ha aiutato e spinto a domandarsi con più intensità e precisione la stessa domanda: chi sono io? Non sono tanto le imprese a definirlo\, non è tanto il cosa ha fatto in montagna\, ma piuttosto il come lo ha fatto. Fausto ha sempre guardato alle montagne come a un mezzo\, mai come a un fine. Un tramite per conoscere il mondo e – questa sì un’impresa – conoscere sé stessi. Le montagne sono state il coronamento di un sogno\, ma solo uno dei tanti che popolano il suo animo. \nContadino\, carrozziere\, escursionista\, alpinista\, fotografo\, ambientalista\, attivista\, Fausto è un sognatore da sempre. Fin da quando\, bambino\, ascoltava le storie di Mandelo\, un vecchio vagabondo della Bassa Mantovana\, che incantava i bambini delle cascine con i suoi racconti. “Salite sulla mia mongolfiera”\, diceva loro\, e quella voce capace di dialogare con il vento e con i fiori\, li trasportava nei più remoti angoli del globo. Da quella mongolfiera\, spinta dal vento della fantasia\, Fausto non è mai sceso. È da quella speciale prospettiva tra sogno e realtà che ha visto il mondo\, le persone che lo abitano e le diverse culture che lo popolano. Ripercorrere la strada di Fausto\, dunque\, significa non solo conoscere la storia di uno dei più forti e determinati alpinisti del mondo ma\, soprattutto\, immergersi in una visione del mondo. Una visione che mette in cima alla scala delle priorità sempre l’uomo\, le sue fragilità\, le sue ambizioni\, i suoi sogni e le sue contraddizioni. Ovunque Fausto sia andato ha sempre cercato di lasciare un segno\, di comprendere la cultura del luogo\, incontrare le persone\, stringere relazioni\, rispettare l’ambiente. Un percorso umano\, molto prima che alpinistico\, coronato dalla sua impresa più grande\, forse l’unica di degna di portare quel nome\, il suo XV Ottomila: la realizzazione della Rarahil Memorial School\, una scuola in Nepal\, nella valle di Katmandu. Un gesto di senso\, concreto\, duraturo\, al servizio dei bambini e dei ragazzi di quel Paese che tanto gli ha dato. Ma Fausto non si è fermato. Ha continuato a scalare le vette dei suoi sogni fino a vederne realizzato un altro: “La collina di Lorenzo”\, la sua dimora incantata. Lì\, su quella piccola altura tra Brescia e Mantova\, giungono bambini da tutta Italia\, per imparare a conoscere la natura e l’ambiente. Tutti riuniti attorno a lui\, mentre li porta in volo\, sulla stessa mongolfiera che fu di Mandelo\, ad esplorare il mondo. Bonatti\, alla fine della sua carriera\, si dedicò a quello che lui chiamava alpinismo orizzontale; nel caso di Fausto possiamo parlare senza sbagliare di “alpinismo umano”. \nLa storia di Fausto supera di gran lunga i confini della montagna. Parla alla fantasia e alla capacità di sognare del bambino che dimora in ognuno di noi. E parla agli adulti che siamo o che diventeremo\, che si dibattono nel trovare un senso alle proprie azioni e alla propria vita. \ndi e con Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris\nscene Lucia Rho\nlight designer Roberta Faiolo\nproduzione ATIR\nin collaborazione con Montura \ncon il sostegno di NEXT ed. 2022/2023 Progetto di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo \nACQUISTA BIGLIETTI ONLINE  \n 
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SUMMARY:Di a da in con su per tra fra Shakespeare
DESCRIPTION:Di a da in con su per tra fra Shakespeare è la storia di un amore. Dell’amore di Serena Sinigaglia\, autrice e interprete di questa conferenza–spettacolo\, per William Shakespeare. E’ la storia di una consapevolezza maturata negli anni\, quella per cui “[…] i maestri\, se sono veri maestri\, devono aiutarci a illuminare la via per ritrovare noi stessi dentro all’opera che si sta studiando. Dovrebbero suggerirci le domande più appropriate per arrivare a quel senso di appartenenza di cui non si può fare a meno\, se davvero si vuole fare esperienza di cultura […]”. \nPer questo Shakespeare – e come lui tutti i ‘classici’ – ci riguardano e in qualche modo parlano a noi: “perché la cultura non c’è\, se non c’è il soggetto vivente che la vive. La cultura è relazione\, sempre. Relazione tra le persone\, tra i ricordi\, tra le emozioni\, tra i pensieri”. Questo il punto di partenza di Di a da in con su per tra fra Shakespeare\, “la storia di come io e Shakespeare ci siamo prima odiati e poi amati pazzamente”\, spiega la regista. “La storia della mia giovinezza e del mio mestiere. La storia di come sono arrivata a mettere in scena\, appena ventenne\, Romeo e Giulietta e Re Lear. La storia di una prima volta\, la prima volta che scoprivo quanto vicina e toccante può essere la parola di un poeta\, quanta concreta semplicità\, quanta vita dentro le sue storie\, quanta parte di me dentro i suoi versi”. \nUna storia molto personale e proprio per questo ‘raccontata da lei medesima’\, dalla stessa Sinigaglia\, in scena\, con la collaborazione di alcuni attori della sua compagnia\, Arianna Scommegna e Mattia Fabris. \ndi Serena Sinigaglia\ncon Mattia Fabris\, Arianna Scommegna e Serena Sinigaglia\nscene Maria Paola di Francesco\nassistente alle scene Marina Conti\nscelte musicali Sandra Zoccolan\nregia Serena Sinigaglia\nproduzione ATIR  \nACQUISTA BIGLIETTI ONLINE >
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DESCRIPTION:Lo spettacolo nasce da un’osservazione semplice e disturbante: ci sono corpi che imparano molto presto a obbedire.\nCosa comporta diventare famose\, eccellere\, essere le migliori\, le più brave\, bravissime? Quanto una bambina può essere padrona del proprio corpo e del proprio sogno? Ed è davvero necessario perdere l’innocenza e la libertà? E gli adulti\, quanta responsabilità hanno? Qual è il confine fra disciplina e abuso?\nBravissime è un progetto teatrale che si interroga sull’imperativo della perfezione fisica e del successo a tutti i costi.\nIn un mondo che idolatra la competizione\, l’eccellenza e la vittoria\, dove si è spinte fin da piccole verso traguardi difficili da raggiungere\, spesso il prezzo da pagare è altissimo: bambine e ragazze cresciute troppo in fretta.\nDa una parte giovani atlete\, dall’altra genitori\, allenatori\, manager; l’enorme peso del profitto e delle aspettative sociali. \nNOTE DI REGIA\nLa drammaturgia in scena\nIl percorso dello spettacolo procede per accumulo e progressiva messa a fuoco.\nAll’inizio lo sguardo è ampio: attraversa un immaginario globale fatto di modelli\, icone\, corpi esemplari. Scena dopo scena\, però\, questo campo si restringe\, come un imbuto che costringe a guardare più da vicino: ai fatti di cronaca che hanno portato alla luce   violenze   /siche   e   psicologiche  sistematiche subite da atlete italiane.\nSul dettaglio giornalistico prevale il meccanismo che rende gli abusi possibili: una rete di adulti – allenatori e allenatrici\, dirigenti sportivi\, presidenti di società\, genitori – che esercitano potere sui corpi più fragili\, senza riconoscere il confine tra cura e controllo.\nIn questo restringimento dello sguardo\, il corpo dell’attrice non rappresenta più “un sistema”\, diventa invece il luogo concreto in cui quel sistema si inscrive.\nQuesto movimento verso il caso italiano non è una chiusura\, ma una responsabilità: lo spettacolo chiede allo spettatore di interrogarsi sul proprio ruolo e sul proprio silenzio.\nPerché ciò che emerge non è un’eccezione\, ma la manifestazione più evidente di una cultura che continua a legittimare il sacrificio dei corpi giovani in nome dell’eccellenza.\nE allora la domanda torna\, ancora più urgente: chi protegge davvero le bambine e le ragazze\, quando il successo diventa più importante della loro integrità? \nLa regia\n«Ho proposto alle attrici un “campo di forze”: un luogo in cui muoversi tra ciò che è stato chiesto loro di essere e ciò che sono diventate: stare in scena senza protezione\, esposte. Non si chiede loro di rappresentare delle “atlete” o delle “icone”\, ma di attraversare quelle figure come fantasmi che hanno abitato – e abitano ancora – l’immaginario di tutte noi.\nLa scena è abitata da spazi emotivi\, non da luoghi realistici. Spazi che si aprono attraverso canti\, gesti\, posture\, micro-azioni\, danze trattenute o esplosive\, nati dall’attrito tra disciplina e desiderio\, tra controllo e abbandono. La parola non spiega: agisce. È materia fisica\, come il respiro\, il sudore\, la musica.\nLa scelta registica è quella di mettere le attrici nello sforzo reale dell’eccellenza.\nIn scena non si parla soltanto di disciplina\, allenamento\, resistenza: queste condizioni vengono attraversate concretamente.\nLe attrici danzano e cantano dal vivo In uno spazio di prova e di esposizione\, in cui il corpo è chiamato a rispondere a richieste precise: il fiato che manca\, l’errore possibile\, la fatica\, la ripetizione\, Il rischio.\nL’eccellenza non è un risultato garantito\, ma una tensione continua\, fragile\, instabile.\nDanzare e cantare sono atto politico e poetico insieme:\nil corpo delle attrici\, esposto allo sguardo\, mette in crisi l’idea stessa di perfezione.\nLa scena diventa allora un luogo di responsabilità\, una domanda aperta su cosa trasmettiamo\, su quali modelli di forza\, successo e realizzazione continuiamo – spesso inconsapevolmente – a perpetuare.\nBravissime non cerca risposte né giudizi.\nLa regia sceglie di restare nel dubbio\, nella frizione\, nell’inquietudine. Di esporre il meccanismo invece di denunciarlo apertamente. Di lasciare allo spettatore lo spazio per interrogarsi\, senza offrirgli un conforto morale.\nPerché forse la domanda non è solo cosa abbiamo perso inseguendo l’eccellenza\,\nma quanto siamo ancora disposte a sacrificare pur di sentirci all’altezza.» Marcela Serli \ndrammaturgia Marcela Serli e Giulia Trivero\nregia e spazio scenico Marcela Serli\ncon Giulia Bertasi\, Matilde Facheris e Virginia Zini\nmusiche originali e arrangiamenti Giulia Bertasi\ncoreografie Noemi Bresciani\ncostumi Graziella Pepe\nluci Alessandro Barbieri\nassistente alla regia Caterina Nonis\ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA\nproduzione ATIR \nACQUISTA BIGLIETTI \n 
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DESCRIPTION:Lo spettacolo nasce da un’osservazione semplice e disturbante: ci sono corpi che imparano molto presto a obbedire.\nCosa comporta diventare famose\, eccellere\, essere le migliori\, le più brave\, bravissime? Quanto una bambina può essere padrona del proprio corpo e del proprio sogno? Ed è davvero necessario perdere l’innocenza e la libertà? E gli adulti\, quanta responsabilità hanno? Qual è il confine fra disciplina e abuso?\nBravissime è un progetto teatrale che si interroga sull’imperativo della perfezione fisica e del successo a tutti i costi.\nIn un mondo che idolatra la competizione\, l’eccellenza e la vittoria\, dove si è spinte fin da piccole verso traguardi difficili da raggiungere\, spesso il prezzo da pagare è altissimo: bambine e ragazze cresciute troppo in fretta.\nDa una parte giovani atlete\, dall’altra genitori\, allenatori\, manager; l’enorme peso del profitto e delle aspettative sociali. \nNOTE DI REGIA\nLa drammaturgia in scena\nIl percorso dello spettacolo procede per accumulo e progressiva messa a fuoco.\nAll’inizio lo sguardo è ampio: attraversa un immaginario globale fatto di modelli\, icone\, corpi esemplari. Scena dopo scena\, però\, questo campo si restringe\, come un imbuto che costringe a guardare più da vicino: ai fatti di cronaca che hanno portato alla luce   violenze   /siche   e   psicologiche  sistematiche subite da atlete italiane.\nSul dettaglio giornalistico prevale il meccanismo che rende gli abusi possibili: una rete di adulti – allenatori e allenatrici\, dirigenti sportivi\, presidenti di società\, genitori – che esercitano potere sui corpi più fragili\, senza riconoscere il confine tra cura e controllo.\nIn questo restringimento dello sguardo\, il corpo dell’attrice non rappresenta più “un sistema”\, diventa invece il luogo concreto in cui quel sistema si inscrive.\nQuesto movimento verso il caso italiano non è una chiusura\, ma una responsabilità: lo spettacolo chiede allo spettatore di interrogarsi sul proprio ruolo e sul proprio silenzio.\nPerché ciò che emerge non è un’eccezione\, ma la manifestazione più evidente di una cultura che continua a legittimare il sacrificio dei corpi giovani in nome dell’eccellenza.\nE allora la domanda torna\, ancora più urgente: chi protegge davvero le bambine e le ragazze\, quando il successo diventa più importante della loro integrità? \nLa regia\n«Ho proposto alle attrici un “campo di forze”: un luogo in cui muoversi tra ciò che è stato chiesto loro di essere e ciò che sono diventate: stare in scena senza protezione\, esposte. Non si chiede loro di rappresentare delle “atlete” o delle “icone”\, ma di attraversare quelle figure come fantasmi che hanno abitato – e abitano ancora – l’immaginario di tutte noi.\nLa scena è abitata da spazi emotivi\, non da luoghi realistici. Spazi che si aprono attraverso canti\, gesti\, posture\, micro-azioni\, danze trattenute o esplosive\, nati dall’attrito tra disciplina e desiderio\, tra controllo e abbandono. La parola non spiega: agisce. È materia fisica\, come il respiro\, il sudore\, la musica.\nLa scelta registica è quella di mettere le attrici nello sforzo reale dell’eccellenza.\nIn scena non si parla soltanto di disciplina\, allenamento\, resistenza: queste condizioni vengono attraversate concretamente.\nLe attrici danzano e cantano dal vivo In uno spazio di prova e di esposizione\, in cui il corpo è chiamato a rispondere a richieste precise: il fiato che manca\, l’errore possibile\, la fatica\, la ripetizione\, Il rischio.\nL’eccellenza non è un risultato garantito\, ma una tensione continua\, fragile\, instabile.\nDanzare e cantare sono atto politico e poetico insieme:\nil corpo delle attrici\, esposto allo sguardo\, mette in crisi l’idea stessa di perfezione.\nLa scena diventa allora un luogo di responsabilità\, una domanda aperta su cosa trasmettiamo\, su quali modelli di forza\, successo e realizzazione continuiamo – spesso inconsapevolmente – a perpetuare.\nBravissime non cerca risposte né giudizi.\nLa regia sceglie di restare nel dubbio\, nella frizione\, nell’inquietudine. Di esporre il meccanismo invece di denunciarlo apertamente. Di lasciare allo spettatore lo spazio per interrogarsi\, senza offrirgli un conforto morale.\nPerché forse la domanda non è solo cosa abbiamo perso inseguendo l’eccellenza\,\nma quanto siamo ancora disposte a sacrificare pur di sentirci all’altezza.» Marcela Serli \ndrammaturgia Marcela Serli e Giulia Trivero\nregia e spazio scenico Marcela Serli\ncon Giulia Bertasi\, Matilde Facheris e Virginia Zini\nmusiche originali e arrangiamenti Giulia Bertasi\ncoreografie Noemi Bresciani\ncostumi Graziella Pepe\nluci Alessandro Barbieri\nassistente alla regia Caterina Nonis\ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA\nproduzione ATIR \nACQUISTA BIGLIETTI  \n 
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LOCATION:TEATRO DELLA COOPERATIVA\, via Privata Hermada 8\, Milano\, 20162\, Italia
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SUMMARY:Canto di Natale
DESCRIPTION:“Canto di Natale è uno dei racconti più famosi e letti della letteratura mondiale che tutti noi\, prima o poi\, grandi e piccini\, incontriamo\, se non a scuola\, in tv\, al cinema\, nei libri di fiabe. Un racconto forse così troppo conosciuto che alcuni non lo vogliono più neanche sentire nominare…Canto di Natale??? Ancora?!?! Ma non se ne può più!!!…Un po’ come il signor Scrooge che non sopporta più il Natale e tutti quelli che lo festeggiano. Ma sì\, diciamolo…per molti il 25 dicembre è una festa che affatica più che scaldare il cuore: il traffico per gli acquisti natalizi\, le cene aziendali\, le cene di classe dei figli con i genitori dei compagni di scuola\, i regali\, le lucine dappertutto\, i parenti che ci si costringe ad incontrare…nooo!!! Quando l’Epifania tutte le feste si porta via lo stress è tale che ci vorrebbe….una vacanza!!! Ecco! Dedico lo spettacolo a tutti coloro che non ne possono più né di Dickens né del Natale\, a quelli per cui i buoni sentimenti sono una noia mortale\, a coloro che volentieri si fingono malati pur di non dover andare all’ennesima cena di Natale. A loro dedico lo spettacolo perché sono i veri protagonisti contemporanei di questa meravigliosa storia di rinascita e di speranza: allo Scrooge che è in noi. Sono un’attrice che ama immergersi nell’umanità di personaggi differenti\, dai caratteri più lievi a quelli più marcati: vi racconterò questa storia interpretandoli tutti con ironia ed empatia\, accompagnata dalla poetica fisarmonica di Giulia Bertasi\, con la quale da anni condivido il mio percorso artistico nel teatro.”\nArianna Scommegna \n\n\ndi Charles Dickens\ncon Arianna Scommegna\nmusiche dal vivo e composizioni originali di Giulia Bertasi\nproduzione ATIR – Teatro Gerolamo\ndurata spettacolo: 70 minuti senza intervallo \n\n\nSalva Salva Sal ACQUISTA BIGLIETTI \n  \n 
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SUMMARY:A (s)ragionar di guerra
DESCRIPTION:Le guerre\, tutte\, pur cambiando forme\, tecnologie e scenari geopolitici\, sono composte dagli stessi ingredienti. Cambiano le armi\, le strategie\, ma i vissuti\, le conseguenze sull’animo umano e le storie delle persone coinvolte non sono poi così diverse. \nDa questa intuizione nasce A (S)ragionar di guerra: un percorso che\, a partire dalla 1° guerra mondiale\, arriva alla testimonianza di un pilota di droni statunitense che controlla attacchi aerei dall’altra parte del globo. Il tutto attraversando le parole di E.Lussu\, E.M.Remarque\, G. Strada\, G. Rodari\, G. Gaber\, B. Springsteen\, D.F. Wallace e altri. \nNon è uno spettacolo storico. Non è una ricostruzione. È un piccolo viaggio dentro al tema della guerra per provare a mettere a fuoco\, per contrasto\, ciò che chiamiamo pace. \nForse\, in definitiva\, non è altro che un modo per dire\, a volte sottovoce e a volte con forza\, il nostro “no” alla guerra. Semplice\, quasi banale. Ma crediamo che\, per non dimenticarlo\, sia necessario continuare a dirlo. \ndi e con Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris\nscene e costumi Graziella Pepe\nproduzione ATIR\ncon il sostegno di NEXT – laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo – edizione 2025/2026 \nACQUISTA I BIGLIETTI
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DESCRIPTION:Le guerre\, tutte\, pur cambiando forme\, tecnologie e scenari geopolitici\, sono composte dagli stessi ingredienti. Cambiano le armi\, le strategie\, ma i vissuti\, le conseguenze sull’animo umano e le storie delle persone coinvolte non sono poi così diverse. \nDa questa intuizione nasce A (S)ragionar di guerra: un percorso che\, a partire dalla 1° guerra mondiale\, arriva alla testimonianza di un pilota di droni statunitense che controlla attacchi aerei dall’altra parte del globo. Il tutto attraversando le parole di E.Lussu\, E.M.Remarque\, G. Strada\, G. Rodari\, G. Gaber\, B. Springsteen\, D.F. Wallace e altri. \nNon è uno spettacolo storico. Non è una ricostruzione. È un piccolo viaggio dentro al tema della guerra per provare a mettere a fuoco\, per contrasto\, ciò che chiamiamo pace. \nForse\, in definitiva\, non è altro che un modo per dire\, a volte sottovoce e a volte con forza\, il nostro “no” alla guerra. Semplice\, quasi banale. Ma crediamo che\, per non dimenticarlo\, sia necessario continuare a dirlo. \ndi e con Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris\nscene e costumi Graziella Pepe\nproduzione ATIR\ncon il sostegno di NEXT – laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo – edizione 2025/2026 \nACQUISTA I BIGLIETTI
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DESCRIPTION:Le guerre\, tutte\, pur cambiando forme\, tecnologie e scenari geopolitici\, sono composte dagli stessi ingredienti. Cambiano le armi\, le strategie\, ma i vissuti\, le conseguenze sull’animo umano e le storie delle persone coinvolte non sono poi così diverse. \nDa questa intuizione nasce A (S)ragionar di guerra: un percorso che\, a partire dalla 1° guerra mondiale\, arriva alla testimonianza di un pilota di droni statunitense che controlla attacchi aerei dall’altra parte del globo. Il tutto attraversando le parole di E.Lussu\, E.M.Remarque\, G. Strada\, G. Rodari\, G. Gaber\, B. Springsteen\, D.F. Wallace e altri. \nNon è uno spettacolo storico. Non è una ricostruzione. È un piccolo viaggio dentro al tema della guerra per provare a mettere a fuoco\, per contrasto\, ciò che chiamiamo pace. \nForse\, in definitiva\, non è altro che un modo per dire\, a volte sottovoce e a volte con forza\, il nostro “no” alla guerra. Semplice\, quasi banale. Ma crediamo che\, per non dimenticarlo\, sia necessario continuare a dirlo. \ndi e con Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris\nscene e costumi Graziella Pepe\nproduzione ATIR\ncon il sostegno di NEXT – laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo – edizione 2025/2026 \nACQUISTA I BIGLIETTI
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