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SUMMARY:Anche i sogni impossibili. Il quindicesimo ottomila di Fausto De Stefani
DESCRIPTION:Chi sono io? Questo sembra chiedersi\, senza timore\, da sempre\, Fausto De Stefani. La risposta è facile\, potremmo dire noi: Fausto De Stefani è il secondo alpinista italiano e sesto al mondo ad aver scalato tutti i 14 Ottomila. Quindi va da sé: Fausto de Stefani è un alpinista. Meglio: uno dei più forti alpinisti al mondo. Ma sarebbe una risposta sbagliata. Fausto non si definirebbe mai così. Semmai l’alpinismo lo ha aiutato e spinto a domandarsi con più intensità e precisione la stessa domanda: chi sono io? Non sono tanto le imprese a definirlo\, non è tanto il cosa ha fatto in montagna\, ma piuttosto il come lo ha fatto. Fausto ha sempre guardato alle montagne come a un mezzo\, mai come a un fine. Un tramite per conoscere il mondo e – questa sì un’impresa – conoscere sé stessi. Le montagne sono state il coronamento di un sogno\, ma solo uno dei tanti che popolano il suo animo. \nContadino\, carrozziere\, escursionista\, alpinista\, fotografo\, ambientalista\, attivista\, Fausto è un sognatore da sempre. Fin da quando\, bambino\, ascoltava le storie di Mandelo\, un vecchio vagabondo della Bassa Mantovana\, che incantava i bambini delle cascine con i suoi racconti. “Salite sulla mia mongolfiera”\, diceva loro\, e quella voce capace di dialogare con il vento e con i fiori\, li trasportava nei più remoti angoli del globo. Da quella mongolfiera\, spinta dal vento della fantasia\, Fausto non è mai sceso. È da quella speciale prospettiva tra sogno e realtà che ha visto il mondo\, le persone che lo abitano e le diverse culture che lo popolano. Ripercorrere la strada di Fausto\, dunque\, significa non solo conoscere la storia di uno dei più forti e determinati alpinisti del mondo ma\, soprattutto\, immergersi in una visione del mondo. Una visione che mette in cima alla scala delle priorità sempre l’uomo\, le sue fragilità\, le sue ambizioni\, i suoi sogni e le sue contraddizioni. Ovunque Fausto sia andato ha sempre cercato di lasciare un segno\, di comprendere la cultura del luogo\, incontrare le persone\, stringere relazioni\, rispettare l’ambiente. Un percorso umano\, molto prima che alpinistico\, coronato dalla sua impresa più grande\, forse l’unica di degna di portare quel nome\, il suo XV Ottomila: la realizzazione della Rarahil Memorial School\, una scuola in Nepal\, nella valle di Katmandu. Un gesto di senso\, concreto\, duraturo\, al servizio dei bambini e dei ragazzi di quel Paese che tanto gli ha dato. Ma Fausto non si è fermato. Ha continuato a scalare le vette dei suoi sogni fino a vederne realizzato un altro: “La collina di Lorenzo”\, la sua dimora incantata. Lì\, su quella piccola altura tra Brescia e Mantova\, giungono bambini da tutta Italia\, per imparare a conoscere la natura e l’ambiente. Tutti riuniti attorno a lui\, mentre li porta in volo\, sulla stessa mongolfiera che fu di Mandelo\, ad esplorare il mondo. Bonatti\, alla fine della sua carriera\, si dedicò a quello che lui chiamava alpinismo orizzontale; nel caso di Fausto possiamo parlare senza sbagliare di “alpinismo umano”. \nLa storia di Fausto supera di gran lunga i confini della montagna. Parla alla fantasia e alla capacità di sognare del bambino che dimora in ognuno di noi. E parla agli adulti che siamo o che diventeremo\, che si dibattono nel trovare un senso alle proprie azioni e alla propria vita. \ndi e con Jacopo Maria Bicocchi e Mattia Fabris\nscene Lucia Rho\nlight designer Roberta Faiolo\nproduzione ATIR\nin collaborazione con Montura \ncon il sostegno di NEXT ed. 2022/2023 Progetto di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo \nACQUISTA BIGLIETTI ONLINE  \n 
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SUMMARY:Di a da in con su per tra fra Shakespeare
DESCRIPTION:Di a da in con su per tra fra Shakespeare è la storia di un amore. Dell’amore di Serena Sinigaglia\, autrice e interprete di questa conferenza–spettacolo\, per William Shakespeare. E’ la storia di una consapevolezza maturata negli anni\, quella per cui “[…] i maestri\, se sono veri maestri\, devono aiutarci a illuminare la via per ritrovare noi stessi dentro all’opera che si sta studiando. Dovrebbero suggerirci le domande più appropriate per arrivare a quel senso di appartenenza di cui non si può fare a meno\, se davvero si vuole fare esperienza di cultura […]”. \nPer questo Shakespeare – e come lui tutti i ‘classici’ – ci riguardano e in qualche modo parlano a noi: “perché la cultura non c’è\, se non c’è il soggetto vivente che la vive. La cultura è relazione\, sempre. Relazione tra le persone\, tra i ricordi\, tra le emozioni\, tra i pensieri”. Questo il punto di partenza di Di a da in con su per tra fra Shakespeare\, “la storia di come io e Shakespeare ci siamo prima odiati e poi amati pazzamente”\, spiega la regista. “La storia della mia giovinezza e del mio mestiere. La storia di come sono arrivata a mettere in scena\, appena ventenne\, Romeo e Giulietta e Re Lear. La storia di una prima volta\, la prima volta che scoprivo quanto vicina e toccante può essere la parola di un poeta\, quanta concreta semplicità\, quanta vita dentro le sue storie\, quanta parte di me dentro i suoi versi”. \nUna storia molto personale e proprio per questo ‘raccontata da lei medesima’\, dalla stessa Sinigaglia\, in scena\, con la collaborazione di alcuni attori della sua compagnia\, Arianna Scommegna e Mattia Fabris. \ndi Serena Sinigaglia\ncon Mattia Fabris\, Arianna Scommegna e Serena Sinigaglia\nscene Maria Paola di Francesco\nassistente alle scene Marina Conti\nscelte musicali Sandra Zoccolan\nregia Serena Sinigaglia\nproduzione ATIR  \nACQUISTA BIGLIETTI ONLINE >
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SUMMARY:Bravissime
DESCRIPTION:Lo spettacolo nasce da un’osservazione semplice e disturbante: ci sono corpi che imparano molto presto a obbedire.\nCosa comporta diventare famose\, eccellere\, essere le migliori\, le più brave\, bravissime? Quanto una bambina può essere padrona del proprio corpo e del proprio sogno? Ed è davvero necessario perdere l’innocenza e la libertà? E gli adulti\, quanta responsabilità hanno? Qual è il confine fra disciplina e abuso?\nBravissime è un progetto teatrale che si interroga sull’imperativo della perfezione fisica e del successo a tutti i costi.\nIn un mondo che idolatra la competizione\, l’eccellenza e la vittoria\, dove si è spinte fin da piccole verso traguardi difficili da raggiungere\, spesso il prezzo da pagare è altissimo: bambine e ragazze cresciute troppo in fretta.\nDa una parte giovani atlete\, dall’altra genitori\, allenatori\, manager; l’enorme peso del profitto e delle aspettative sociali. \nNOTE DI REGIA\nLa drammaturgia in scena\nIl percorso dello spettacolo procede per accumulo e progressiva messa a fuoco.\nAll’inizio lo sguardo è ampio: attraversa un immaginario globale fatto di modelli\, icone\, corpi esemplari. Scena dopo scena\, però\, questo campo si restringe\, come un imbuto che costringe a guardare più da vicino: ai fatti di cronaca che hanno portato alla luce   violenze   /siche   e   psicologiche  sistematiche subite da atlete italiane.\nSul dettaglio giornalistico prevale il meccanismo che rende gli abusi possibili: una rete di adulti – allenatori e allenatrici\, dirigenti sportivi\, presidenti di società\, genitori – che esercitano potere sui corpi più fragili\, senza riconoscere il confine tra cura e controllo.\nIn questo restringimento dello sguardo\, il corpo dell’attrice non rappresenta più “un sistema”\, diventa invece il luogo concreto in cui quel sistema si inscrive.\nQuesto movimento verso il caso italiano non è una chiusura\, ma una responsabilità: lo spettacolo chiede allo spettatore di interrogarsi sul proprio ruolo e sul proprio silenzio.\nPerché ciò che emerge non è un’eccezione\, ma la manifestazione più evidente di una cultura che continua a legittimare il sacrificio dei corpi giovani in nome dell’eccellenza.\nE allora la domanda torna\, ancora più urgente: chi protegge davvero le bambine e le ragazze\, quando il successo diventa più importante della loro integrità? \nLa regia\n«Ho proposto alle attrici un “campo di forze”: un luogo in cui muoversi tra ciò che è stato chiesto loro di essere e ciò che sono diventate: stare in scena senza protezione\, esposte. Non si chiede loro di rappresentare delle “atlete” o delle “icone”\, ma di attraversare quelle figure come fantasmi che hanno abitato – e abitano ancora – l’immaginario di tutte noi.\nLa scena è abitata da spazi emotivi\, non da luoghi realistici. Spazi che si aprono attraverso canti\, gesti\, posture\, micro-azioni\, danze trattenute o esplosive\, nati dall’attrito tra disciplina e desiderio\, tra controllo e abbandono. La parola non spiega: agisce. È materia fisica\, come il respiro\, il sudore\, la musica.\nLa scelta registica è quella di mettere le attrici nello sforzo reale dell’eccellenza.\nIn scena non si parla soltanto di disciplina\, allenamento\, resistenza: queste condizioni vengono attraversate concretamente.\nLe attrici danzano e cantano dal vivo In uno spazio di prova e di esposizione\, in cui il corpo è chiamato a rispondere a richieste precise: il fiato che manca\, l’errore possibile\, la fatica\, la ripetizione\, Il rischio.\nL’eccellenza non è un risultato garantito\, ma una tensione continua\, fragile\, instabile.\nDanzare e cantare sono atto politico e poetico insieme:\nil corpo delle attrici\, esposto allo sguardo\, mette in crisi l’idea stessa di perfezione.\nLa scena diventa allora un luogo di responsabilità\, una domanda aperta su cosa trasmettiamo\, su quali modelli di forza\, successo e realizzazione continuiamo – spesso inconsapevolmente – a perpetuare.\nBravissime non cerca risposte né giudizi.\nLa regia sceglie di restare nel dubbio\, nella frizione\, nell’inquietudine. Di esporre il meccanismo invece di denunciarlo apertamente. Di lasciare allo spettatore lo spazio per interrogarsi\, senza offrirgli un conforto morale.\nPerché forse la domanda non è solo cosa abbiamo perso inseguendo l’eccellenza\,\nma quanto siamo ancora disposte a sacrificare pur di sentirci all’altezza.» Marcela Serli \ndrammaturgia Marcela Serli e Giulia Trivero\nregia e spazio scenico Marcela Serli\ncon Giulia Bertasi\, Matilde Facheris e Virginia Zini\nmusiche originali e arrangiamenti Giulia Bertasi\ncoreografie Noemi Bresciani\ncostumi Graziella Pepe\nluci Alessandro Barbieri\nassistente alla regia Caterina Nonis\ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA\nproduzione ATIR \nACQUISTA BIGLIETTI \n 
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DESCRIPTION:Lo spettacolo nasce da un’osservazione semplice e disturbante: ci sono corpi che imparano molto presto a obbedire.\nCosa comporta diventare famose\, eccellere\, essere le migliori\, le più brave\, bravissime? Quanto una bambina può essere padrona del proprio corpo e del proprio sogno? Ed è davvero necessario perdere l’innocenza e la libertà? E gli adulti\, quanta responsabilità hanno? Qual è il confine fra disciplina e abuso?\nBravissime è un progetto teatrale che si interroga sull’imperativo della perfezione fisica e del successo a tutti i costi.\nIn un mondo che idolatra la competizione\, l’eccellenza e la vittoria\, dove si è spinte fin da piccole verso traguardi difficili da raggiungere\, spesso il prezzo da pagare è altissimo: bambine e ragazze cresciute troppo in fretta.\nDa una parte giovani atlete\, dall’altra genitori\, allenatori\, manager; l’enorme peso del profitto e delle aspettative sociali. \nNOTE DI REGIA\nLa drammaturgia in scena\nIl percorso dello spettacolo procede per accumulo e progressiva messa a fuoco.\nAll’inizio lo sguardo è ampio: attraversa un immaginario globale fatto di modelli\, icone\, corpi esemplari. Scena dopo scena\, però\, questo campo si restringe\, come un imbuto che costringe a guardare più da vicino: ai fatti di cronaca che hanno portato alla luce   violenze   /siche   e   psicologiche  sistematiche subite da atlete italiane.\nSul dettaglio giornalistico prevale il meccanismo che rende gli abusi possibili: una rete di adulti – allenatori e allenatrici\, dirigenti sportivi\, presidenti di società\, genitori – che esercitano potere sui corpi più fragili\, senza riconoscere il confine tra cura e controllo.\nIn questo restringimento dello sguardo\, il corpo dell’attrice non rappresenta più “un sistema”\, diventa invece il luogo concreto in cui quel sistema si inscrive.\nQuesto movimento verso il caso italiano non è una chiusura\, ma una responsabilità: lo spettacolo chiede allo spettatore di interrogarsi sul proprio ruolo e sul proprio silenzio.\nPerché ciò che emerge non è un’eccezione\, ma la manifestazione più evidente di una cultura che continua a legittimare il sacrificio dei corpi giovani in nome dell’eccellenza.\nE allora la domanda torna\, ancora più urgente: chi protegge davvero le bambine e le ragazze\, quando il successo diventa più importante della loro integrità? \nLa regia\n«Ho proposto alle attrici un “campo di forze”: un luogo in cui muoversi tra ciò che è stato chiesto loro di essere e ciò che sono diventate: stare in scena senza protezione\, esposte. Non si chiede loro di rappresentare delle “atlete” o delle “icone”\, ma di attraversare quelle figure come fantasmi che hanno abitato – e abitano ancora – l’immaginario di tutte noi.\nLa scena è abitata da spazi emotivi\, non da luoghi realistici. Spazi che si aprono attraverso canti\, gesti\, posture\, micro-azioni\, danze trattenute o esplosive\, nati dall’attrito tra disciplina e desiderio\, tra controllo e abbandono. La parola non spiega: agisce. È materia fisica\, come il respiro\, il sudore\, la musica.\nLa scelta registica è quella di mettere le attrici nello sforzo reale dell’eccellenza.\nIn scena non si parla soltanto di disciplina\, allenamento\, resistenza: queste condizioni vengono attraversate concretamente.\nLe attrici danzano e cantano dal vivo In uno spazio di prova e di esposizione\, in cui il corpo è chiamato a rispondere a richieste precise: il fiato che manca\, l’errore possibile\, la fatica\, la ripetizione\, Il rischio.\nL’eccellenza non è un risultato garantito\, ma una tensione continua\, fragile\, instabile.\nDanzare e cantare sono atto politico e poetico insieme:\nil corpo delle attrici\, esposto allo sguardo\, mette in crisi l’idea stessa di perfezione.\nLa scena diventa allora un luogo di responsabilità\, una domanda aperta su cosa trasmettiamo\, su quali modelli di forza\, successo e realizzazione continuiamo – spesso inconsapevolmente – a perpetuare.\nBravissime non cerca risposte né giudizi.\nLa regia sceglie di restare nel dubbio\, nella frizione\, nell’inquietudine. Di esporre il meccanismo invece di denunciarlo apertamente. Di lasciare allo spettatore lo spazio per interrogarsi\, senza offrirgli un conforto morale.\nPerché forse la domanda non è solo cosa abbiamo perso inseguendo l’eccellenza\,\nma quanto siamo ancora disposte a sacrificare pur di sentirci all’altezza.» Marcela Serli \ndrammaturgia Marcela Serli e Giulia Trivero\nregia e spazio scenico Marcela Serli\ncon Giulia Bertasi\, Matilde Facheris e Virginia Zini\nmusiche originali e arrangiamenti Giulia Bertasi\ncoreografie Noemi Bresciani\ncostumi Graziella Pepe\nluci Alessandro Barbieri\nassistente alla regia Caterina Nonis\ncostumi realizzati presso il Laboratorio di Sartoria del PICCOLO TEATRO DI MILANO – TEATRO D’EUROPA\nproduzione ATIR \nACQUISTA BIGLIETTI  \n 
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LOCATION:TEATRO DELLA COOPERATIVA\, via Privata Hermada 8\, Milano\, 20162\, Italia
CATEGORIES:STAGIONE 2026-2027
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