Sono solo parole
di Daniela Arrigoni e Daniele Pennati
con Daniela Arrigoni e Daniele Pennati
Scene e costumi Daniele Pennati
Disegno luci e tecnica Giorgio Galliano
Consulenza tecnica Enrico Mirante
Animazione video e grafica Stille.to
Contributi Video Roberto Polimeno
Produzione Zerocomma Zero Uno
Co-produzione Industria Scenica e ATIR
Con il sostegno di BUGs e di Sotterraneo
Il progetto BUGs è promosso da:
Associazione Settimo Cielo/Periferie Artistiche Centro di Residenza della Regione Lazio
Cooperativa Teatrale Prometeo/Passo Nord
Giocateatro Torino/Fondazione TRG
Kanterstrasse
Officine della Cultura
Officine Papage
Pilar Ternera/Ntc
Straligut Teatro
Teatro fra le Generazioni/Giallo Mare Minimal Teatro
Teatro Trieste 34
Finalista In-Box 2025

Abbiamo parole per vendere,
Parole per comprare,
Parole per fare parole.
Andiamo a cercare insieme
Le parole per pensare.
Abbiamo parole per fingere,
parole per ferire,
Parole per fare il solletico.
Andiamo a cercare insieme,
Le parole per amare.
Abbiamo parole per piangere,
parole per tacere,
parole per fare rumore.
Andiamo a cercare insieme le parole per parlare.
– Gianni Rodari
Vi siete mai chiesti chi decide quali parole si possono usare e quali no? Quali sono le parole giuste e quelle sbagliate? Chi ha il potere di inserire le parole nel vocabolario e definire così la lingua italiana?
Gli agenti speciali D e D fanno proprio questo lavoro. In un segretissimo laboratorio raccolgono tutte le parole che vengono dette, scritte, cantate o pensate e ne decidono il destino: APPROVATA o RESPINTA. Senza di loro comunicare sarebbe il caos, una “Babele infernale” in cui ognuno finirebbe per dire quello che gli pare e le persone non si comprenderebbero più.
Ma per capire le parole bisogna anche provarle, testarle, mettersele in bocca, parlarle e vedere cosa succede. Per i due agenti ogni parola nuova è un mondo da esplorare, con realtà all’apparenza aliene, diverse, difficili da comprendere ed accettare.
Ma le regole usate fino a questo momento non bastano più e gli agenti D e D dovranno misurarsi con il cambiamento, fare i conti con il nuovo e mettersi in discussione per capire loro stessi e gli altri e trovare, così, le parole che invece di dividere ed escludere possano unire ed includere tuttə.
NOTE DI REGIA
I social media hanno modificato la lingua, la stessa cosa che accadde quando arrivarono la stampa, la radio e la tv, ma il vero cambiamento in questo caso è stato quello di generare lo spazio per creare una lingua nuova, né scritta né parlata, che usano soprattutto le nuove generazioni. Alcuni pensano che questo abbia portato a una decadenza comunicativa, Platone diceva che “se la competenza dei giovani fosse realmente peggiore, saremmo regrediti e tornati agli scimpanzè”. Invece non è così. Casomai si può dire che i ragazzi di oggi sono più distanti dalle generazioni precedenti perché con i social media tutto è più veloce e diretto.
Per cercare un dialogo con i ragazzi è quindi necessario un mezzo di comunicazione diverso dalla sola parola detta a voce da un palco. Ecco che il racconto passa attraverso una story su Instagram, un balletto su TikTok, una videochiamata con Snapchat o un video su YouTube. Le emozioni e i fatti vengono filtrati da uno schermo e proiettati come al cinema, i ragazzi sono così spettatori di un film che si crea davanti ai loro occhi. Lo smartphone diventa lo strumento con il quale in scena viene raccontata la storia, la realtà virtuale entra nella finzione del palcoscenico, mescolando ulteriormente i piani di narrazione: la messa in scena teatrale (con gli attori), la realta’ virtuale (quella dello schermo) e il qui e ora (con le due persone, quelle che stanno dietro gli attori, che si confrontano con i ragazzi).
Si crea così un dialogo trasversale tra le generazioni y,z e alpha che si sviluppa attraverso diversi mezzi di comunicazione e che utilizza un linguaggio che varia dallo slang del giovanilese, neologismi, anglismi e arcaismi, al linguaggio aulico o popolare; portando in scena molteplici diversità e identità.
Imparare a dialogare però non è facile, richiede esercizio, bisogna continuamente interrogarsi ed essere consapevoli dell’impatto delle nostre parole. Una parola sbagliata o un’opinione non condivisa, soprattutto sui social, potrebbe scatenare una shitstorm, ed ecco che sul palco si abbatte una tempesta di hate words: i commenti denigratori appaiono come lampi nella proiezione, colpiscono i protagonisti, che sopraffatti sono costretti a mettersi al sicuro.
Ed è nella calma dopo la tempesta che capiamo l’importanza del silenzio. Solo nel silenzio possiamo comprendere il peso delle parole. Imparare ad ascoltare e prendersi il tempo per farlo ci permette di comprendere meglio noi stessi e gli altri, facendoci sentire parte integrante di una collettività e ritrovarsi tra simili. Gli agenti D e D svestono così i loro panni ufficiali, mostrandosi per la prima volta solo come due persone e dimostrando ai ragazzi che il linguaggio siamo noi e che, quindi, sta a noi ritrovare quella fiducia, sicurezza e vicinanza per farci stare meglio insieme.
La parola quindi poi passerà, come un testimone, ai ragazzi che avranno modo di trovare così le proprie parole.
“La vera sorpresa del Festival è venuta da questo spettacolo, creato da una giovanissima compagnia sul tema del linguaggio [..] attraverso un meccanismo teatrale di accorta composizione, durante il quale anche il pubblico partecipa, durante il quale anche il pubblico partecipa, veniamo a comprendere come anche le parole ed il loro corretto uso facciano parte del cambiamento positivo del mondo e come il loro uso abbia la potenza inequivocabile”
Mario Bianchi