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Gli Spazi del Teatro

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Regia Gabriele Vacis | Ascolto e scritture Antonia Spaliviero | Assistente alla regia Omar Nedjari | Scene Maria Spazzi | Costumi Federica Ponissi | Scenofonia Sandra Zoccolan | Disegno luci Sarah Chiarcos | Con Matteo Ambrosini, Sonia Antifora, Fabio Arras, Massimo Baini, Barbara Bedrina, Piero Carruozzi, Francesco De Andrea, Elena Dragonetti, Mattia Fabris, Bruno Fiore, Cesare Frignati, Nadia Fulco, Filippo Gambaretti, Claudia Gipponi, Lucia Lopez, Paola Manfredini, Caterina Mesiano, Stefano Orlandi, Monica Roveda, Roberto Sardella, Santina Solenghi, Federico Timeus, Anna Vanosi, Matteo Volpengo, Virginia Zini. | Con la collaborazione di Milano Scuola di Cinema e Televisione e del Centro di Cultura e Iniziativa Teatrale “Mario Apollonio” dell’Università Cattolica Del Sacro Cuore di Milano, Laboratorio di Regia | ATIR Teatro Ringhiera e Cooperativa Sociale Comunità Progetto

PRESENTAZIONENOTE DI REGIATRAILERMATERIALI SCARICABILI
La storia di un incontro, quello tra il regista Gabriele Vacis e il gruppo di persone “speciali” del progetto di teatro integrato Gli Spazi del Teatro.
Un lavoro sull’ascolto e la consapevolezza.
Più di uno, alla semplice richiesta di camminare insieme diceva: ho paura.
Che cosa significa paura per Santina, per Piero, per Sonia, per Franz, per Roberto, per Claudia, per Matteo, per Bruno, per Massimo, per Lucia, per Filippo?
Di cosa hanno paura, loro, che conducono un’esistenza così diversa da quella della maggior parte delle persone?
E ci si può prendere cura delle loro storie?
DI GABRIELE VACIS
Sembra che le nostre scelte, i nostri desideri e i nostri progetti siano sempre più guidati dalla paura.
Ci lavoro da un po’, su questo argomento. Tre anni fa ci ho fatto un film e un libro.
Per più di un anno sono andato in giro a chiedere di cos’avevano paura gli italiani.
Il film e il libro, alla fine, si sono intitolati, “La paura siCura”. Perchè, nel corso del viaggio ho imparato che l’ascolto e la consapevolezza possono curare il male peggiore del nostro tempo, la paura.
Il film e il libro raccolgono i colloqui che ho fatto con più di tre trecento persone.
Con ognuna abbiamo parlato per un’oretta. Io chiedevo di cosa hanno paura, chiedevo di raccontare il momento nella loro vita in cui hanno avuto più paura. Facevo domande che non richiedevano opinioni come risposta. Facevo domande che chiedevano storie.Poi facevo una raccomandazione: non abbiate paura del silenzio. Spiegavo che le pause mi servono per il montaggio. Quando c’è una pausa, in fase di montaggio, posso tagliare. Quindi chiedevo di sopportare i silenzi.
Tutto qui.Perché per molti è stato un momento da ricordare?
Perché c’era qualcuno che li ascoltava.
Non sto parlando dell’ascolto quando, eventualmente, fossero passati in tv. No. Erano toccati dal fatto che mentre loro parlavano, io e gli altri “intervistati” li ascoltavamo veramente. In quel momento. Non in un momento a venire. Nei colloqui davanti alle camere non c’era la promessa di un ascolto. C’era ascolto. In questo senso potremmo dire che abbiamo fatto dei veri e propri laboratori teatrali. Perché il teatro ha questo vantaggio: accade nel presente, accade veramente. E siccome non ci siamo più abituati, quando succede ci commuoviamo.
Per questo dico che il momento più importante del lavoro è stato quello.L’eccitazione da telecamera, poi, svaniva in un attimo, presi dall’attenzione per i racconti che fluivano: per una volta eri lì a dire delle cose serie, a pensare, ad assumerti la responsabilità di quello che dicevi.L’ho visto nei ragazzini. All’inizio erano molto eccitati. Si mettevano davanti alla telecamera, drizzavano il pollice della mano destra e sparavano: Italiauno! Allora bisognava tacere per un po’, e cominciare a chiedergli di non avere paura del silenzio. Perché, alla fine, questa sorta di “horror vacui” sonoro, che si deve sempre riempire con sciocchezze rumorose, è il problema vero. Nei ragazzini delle medie e negli uomini politici più navigati. E allora lo voglio ripetere: era sconvolgente che qualcuno dall’altra parte della telecamera ti facesse una domanda, una domanda difficile, e poi stesse ad ascoltare la risposta, senza dirti di tagliare, di stringere i tempi, lasciando e prendendo il tempo di capire.
Dopo “La paura siCura”, ho utilizzato il metodo dei colloqui per un lavoro intitolato “Cerchiamo bellezza”. In questo caso ho parlato con adolescenti e giovani. Con una cinquantina di loro, poi, ho fatto uno spettacolo e poi ci farò un film.
Qui ho esteso il lavoro di ascolto dalla parola all’azione.
Quando ATIR mi ha chiesto di lavorare con un gruppo di persone “speciali”, ho pensato che sarebbe stato interessante, lavorare con loro sull’ascolto e sulla consapevolezza.
Al primo incontro ho cercato di agire consapevolmente con loro.
Più di uno, alla semplice richiesta di camminare insieme diceva: ho paura.
Che cosa significa paura per Santina, per Piero, per Sonia, per Franz, per Roberto, per Claudia, per Matteo, per Bruno, per Massimo, per Lucia, per Filippo?
Di cosa hanno paura, loro, che conducono un’esistenza così diversa dalla mia e da quella della maggior parte delle persone?
E si può “curare” questa paura?
Intanto bisogna dire che la parola “curare”, per me ha il senso prevalente di “prendersi cura”, occuparsi, piuttosto che di “guarire”.
Così da qualche settimana mi prendo cura delle loro storie e dei loro corpi.
Quello che cerco di fare è “stare” con loro.
In questo mi aiutano Matteo e Anna, ragazzi che hanno seguito il lavoro sulla bellezza e hanno acquisito familiarità con la consapevolezza dell’azione e con l’ascolto.
Poi ci sono operatori ed educatori che lavorano ogni giorno con le nostre persone speciali.
E infine gli attori di ATIR, che sono stati miei allievi quando insegnavo alla scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi e che mi fa molto piacere ritrovare “adulti”.
Tutti insieme cercheremo di raccontarvi le nostre paure, che sono poi le paure di tutti, e come facciamo a prendercene cura.
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ORARI SPETTACOLI: ore 20.45
PREZZO: unico a 12 euro

 

 

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