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Isabel Green

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progetto e regia Serena Sinigaglia | testo Emanuele Aldrovandi | con Maria Pilar Pérez Aspa | scene Maria Spazzi | luci Alessandro Barbieri | fonico e voce fuori campo Gianluigi Guarino | musiche originali Pietro Caramelli | assistente alla regia Giorgia Aimeri | assistenti alla scenografia Clara Chiesa, Erika Giuliano, Marta Vianello | produzione ATIR Teatro Ringhiera con il sostegno di NEXT 2017 | in collaborazione con centro teatrale MaMimò
ph Serena Serrani

debutto nazionale 18 novembre 2017

PRESENTAZIONERASSEGNA STAMPA

Isabel Green, una grande star di Hollywood, ha appena vinto il premio Oscar come “miglior attrice protagonista”. È sul palco del Dolby Theater, con in mano la statuetta che sognava fin da quando era bambina. Dovrebbe essere al massimo della felicità, ma dentro di lei qualcosa non va.

Mentre all’esterno cerca di dissimulare fingendo emozione e imbarazzo, dentro di lei un turbine di pensieri la porta lontano, in una dimensione solitaria in cui le riflessioni sulla propria vita si mescolano al tentativo di far fronte alla situazione attuale, in un parossismo tragicomico che la porta a rompere ogni convenzione sui “discorsi d’accettazione” e a mettere in discussione i cardini della sua stessa esistenza.


Note di regia

Se non vi foste già imbattuti nel libricino del filosofo coreano Byung-Chul Han, “ La società della stanchezza”, andate a procurarvelo: pochi euro, molta soddisfazione. Han descrive la nostra come la “ società della stanchezza”. Non esiste più lo scontro-confronto tra padrone e operai, non c’è il nemico da abbattere, la rivoluzione da sognare. Datore di lavoro e lavoratore coincidono: siamo noi stessi. Noi ci imponiamo ritmi lavorativi ed esistenziali degni del peggior modello fordista, noi siamo al contempo schiavi e schiavisti. In eterna “prestazione”, il tempo, tutto il tempo, diventa “produttivo”, una catena perversa che pare inarrestabile. La conseguenza naturale di un siffatto stato di cose è una stanchezza enorme, paradossale, simile alla morte.

Ecco allora spuntare nuove malattie quali la sindrome del “ burnout”. Depressi o isterici, comunque spossati e sfiniti. Da queste premesse è nato Isabel Green.
Volevo trovare un modo per parlare di questo tilt epocale. Farlo con leggerezza e ironia, naturalmente (non serve certo aggiungere altra “pesantezza”).

Ho chiamato Emanuele Aldrovandi, ho condiviso con lui il pensiero di Han e altre considerazioni che vi risparmio, per non dilungarmi troppo.
Vi basti sapere che dai nostri incontri, numerosi, dalle nostre riunioni, turbolente, dal nostro confronto, serrato, è uscito questo piccolo prezioso testo.
Pilar mi è parsa subito l’attrice perfetta per Isabel. L’ho chiamata e lei ha risposto con grande entusiasmo: “ E’ vent’anni che lavoriamo assieme, Sere, e non abbiamo ancora mai condiviso un monologo. Era ora, cavolo!”.

Isabel è una super star di Holliwood. Bella, famosa, ricca e pure brava.
Isabel ha atteso l’Oscar a lungo, come Di Caprio, e finalmente, come Di Caprio, lo ottiene con “Life of Mother Theresa”. Un sogno che si realizza, la tanto attesa consacrazione.
Adesso può parlare davanti a milioni di persone. In mano, la statuetta d’oro dell’Oscar.

Ma quello che dirà non sarà affatto quello che ci aspettiamo. Fino all’ultimo, anzi, anche dopo l’ultimo istante del discorso, Isabel ci sorprenderà e lentamente, tra una risata e una lacrima, scivoleremo, quasi senza accorgercene, dentro il paradosso delle nostre stesse vite. Quel paradosso che così bene descrive Han.

Serena Sinigaglia


 

 

 

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