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Ribellioni possibili

ATIR

Ribellioni Possibili Repertorio

di Luis Garcìa-Araus e Javier Garcìa Yague | regia di Serena Sinigaglia | con Mattia Fabris, Stefano Orlandi, Maria Pilar Peréz Aspa, Arianna Scommegna, Chiara Stoppa, Sandra Zoccolan | scene Maria Spazzi | costumi Federica Ponissi | attrezzeria Maria Paola Di Francesco | luci Sarah Chiarcos e Alessandro Verazzi | tecnici di scena Roberta Faiolo, Giuliana Rienzi, Stefano Zullo | assistente ai costumi Giada Masi | con il contributo di Gobierno de Espana – Ministerio de Educacion, Cultura y Deporte; Instituto Nacional De Las Artes Escenicas y De La Musica; Espana Cooperacion Cultural Exterior | produzione ATIR

PRESENTAZIONERASSEGNA STAMPATRAILER
Ribellioni possibili racconta la storia di Josè Garcia (che sarebbe come a dire il nostro Mario Rossi). Un uomo qualunque che un giorno decide di fare causa ad una potente compagnia telefonica per soli 28 centesimi. Il gesto di Garcia è contagioso, provoca un vero e proprio effetto domino: il mondo si riempie di Garcia, che, pacificamente e allegramente, si ribellano al sistema.
Il testo di Luis Garcìa-Araus e Javier Garcìa-Yague (si chiamano entrambi Garcia, buffo, no?) mi ha da subito contagiata. Da tempo cercavo parole per raccontare la crisi. Finalmente le avevo trovate. Un primo capitolo a cui ne seguirà presto un secondo: un testo scritto ad hoc da Edoardo Erba, Italia anni dieci, una sorta di risposta italiana al contagioso testo spagnolo. La crisi attuale è un argomento che richiede e merita riflessioni attente e approfondite. Ribellioni possibili è dunque l’inizio di un percorso più lungo, che non può e non vuole esaurirsi in un solo spettacolo.
Ribellioni possibili è una favola tragicomica, molto, molto spagnola. Sembra un film di Almodovar, dove l’impossibile sembra possibile, dove l’assurdo è realtà, e gli eroi sono tutti un po’ mezzi matti, teneri e poetici. E’ un testo allegro, vitale e divertente. Un testo che ti permette di giocare con l’immaginazione e la creatività. Mi sono divertita con la scenografa e la costumista a creare un contesto scenico dove gli attori potessero a loro volta giocare di fantasia e immaginazione.
Si comincia in una sorta di discarica piena di oggetti distrutti, macerie di un mondo che stiamo contribuendo a distruggere coi nostri sprechi e consumi. Nel corso dell’azione i personaggi sistemano e “riaggiustano” questi oggetti, facendoli “galleggiare” in aria fino a farli sparire del tutto.
Sei attori interpretano più ruoli. Ognuno di loro, infatti, incarna uno dei protagonisti e uno o più “maschere”.
I protagonisti.
Carmen è una giovane donna laureata in filosofia che fa la schiava in un ufficio. Vive a turno da uno dei suoi amici, perchè il tetto di casa sua è crollato e non si riesce a capire chi debba pagare i lavori.
Luis, un uomo che prende ansiolitici e psicofarmaci, vuole disperatamente apostatare ma non ci riesce.
Petra, vedova (il marito è uno dei tanti piccoli imprenditori uccisi dalla crisi), non riesce a far curare la figlia anoressica. I medici sottovalutano il caso. Non l’ascoltano.
Ana, adolescente inquieta, figlia di Petra, non vuole curarsi. Odia tutto e tutti. Odia l’inferno di cui si sente circondata.
Julia, la moglie di Garcia, vorrebbe avere quel riconoscimento professionale che merita e che non le viene riconosciuto.
La fatica quotidiana che ognuno di loro (e di noi!) deve assumersi semplicemente per far valere i diritti più elementari, la lotta estenuante contro la burocrazia e la follia di un sistema pubblico collassato, sono il senso più profondo della crisi così come te la racconta il testo.
Questa fatica ci porta spesso a rinunciare. A sopravvivere, nel disagio e nel dolore. Diventiamo così indifferenti e cinici.
E qui sta l’involontaria forza del gesto di Garcia.
Nella cocciuta e ostinata resistenza che lui oppone.
“Lui si fa tutto questo sbattimento per 28 centesimi. E io, che subisco prevaricazioni molto più gravi, cosa dovrei fare?!”.
Non arrendersi, è la risposta del gesto di Garcia, fin dalle cose più piccole. Perchè se accetti un furto di 28 centesimi, finisci senz’altro per accettare molto di peggio.
I nostri protagonisti allora ricominciano a lottare, tra capi che li tiranneggiano, avvocati che gli dissanguano il portafogli, dottori che non li visitano, presentatrici che li e si umiliano, tutte maschere grottesche che di umano non hanno più nulla.
Le “maschere”.
Le maschere che indossiamo ogni giorno per adempiere al ruolo che la società ci impone (il capo, l’avvocato, il primario, l’agente immobiliare, la presentatrice…) ci portano a comportarci come mostri, a perpetuare un meccanismo tragicomico di violenza verso gli altri e verso noi stessi. Ribellarsi ai ruoli, riscoprirsi uomini, ecco l’altro punto da cui partire. E poi non smettere mai di credere che ne valga la pena. Perchè se è vero, come dice Ana, che “credo nell’inferno perchè questo mondo me l’ha mostrato”, credo anche che dall’inferno si possa uscire.
La parola agli attori.
Serena Sinigaglia
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