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VALORE D’USO

regia e scene Antonio Viganò / collaborazione alla drammaturgia e alle visioni Gigi Gherzi / con Matteo Ambrosini, Edoardo Busnati, Cristina Ciminaghi, Luana De Lucia, Massimiliano Pensa e Chiara Tacconi / disegno luci Giancarlo Salvatori / costumi e attrezzeria Marina Conti e Marianna Cavallotti

This project has been made possible in part by a grant from the PayPal Gives, an advised fund of Silicon Valley Community Foundation.

PRESENTAZIONERASSEGNA STAMPATRAILER

“Essere sempre accompagnati, essere sempre compresi, essere sempre guardati, scusati, valutati, esposti… è insopportabile. Questo è un destino obbligato, crudele, dei corpi non conformi, deformati, non convenzionali, eretici. E questa condizione, in teatro, trova la sua esposizione in forma esagerata, spettacolare, circense, voyeristica.  A volte, quella condizione sociale, sul palco, viene consacrata, esaltata, altre volte diffamata, oltraggiata, esposta come semplice patologia. In questo processo di creazione teatrale, che è solo all’inizio, abbiamo cercato, nella assoluta consapevolezza degli attori che sono sulla scena, di presentare, elencare, esporre e rappresentare (nel senso di trasfigurazione teatrale – coscienza poetica) i vari sguardi e valori d’uso che tutti noi, nessuno escluso, mette in gioco nel suo ruolo di spettatore.
Fatti cadere dentro un’arena, 6 attori cercano, ognuno a modo suo e con strumenti e linguaggi diversi, un modo, una forma, un’azione, un gesto, per compiacere, per affascinare, stupire o sorprendere il pubblico. Sembra che chiedano continuamente: “vado bene così?”.”
Antonio Viganò

“Gli attori disabili hanno un livello di consapevolezza di presenza scenica altissima, sono regolarmente retribuiti e inquadrati come attori professionisti. Viganò è riuscito raggiungere non solo alti livelli qualitativi da un punto di vista attoriale. Ma anche a garantire una professione alle persone coinvolte. Valore d’uso è uno spettacolo di immagini, di stimoli che partono delle immagini. Dove la parola arriva, ma non in maniera narrativa e descrittiva, nel senso più consueto, logico che si può attribuire a quest’oggettivo. La parola arriva in maniera più emotiva ed evocativa. Questo spettacolo parte del tema della disabilità come paradigma di una condizione di esposizione che è profondamente umana. Dove la disabilità nel dipanarsi dello spettacolo diventa chiaramente uno sguardo sull’essere umano.”
Nadia Fulco, responsabile progetti sociali ATIR

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