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32″.16 trentadue secondi e sedici

ATIR

regia di Serena Sinigaglia | drammaturgia di Michele Santeramo | con Tindaro Granata, Valentina Picello, Chiara Stoppa | scene e costumi Stefano Zullo | colonna sonora Silvia Laureti | luci Sarah Chiarcos | video Elvio Longato | assistenti alla regia Enrico Baraldi, Mila Boeri, Giulia Sarah Gibbon, Martina Testa | Assistenti scene e costumi Marianna Cavallotti, Arianna Summo, Eleonora Peronetti, Martina Dimastromatteo | foto di Serena Serrani | produzione ATIR Teatro Ringhiera |  in collaborazione con NABA – Nuova Accademia di Belle Arti | con il sostegno di NEXT 2015

PRESENTAZIONERASSEGNA STAMPATRAILER

“2008, Olimpiadi di Pechino: Samia Yusuf Omar viene ripresa da tutte le telecamere del mondo accanto ai mostri sacri dell’atletica, corre per i 200 metri. Il risultato è scontato: è ultima, quasi dieci secondi di distacco dalla prima. Dieci secondi nei 200 metri sono un tempo infinito. Il tempo di Samia: 32”16.
2008, il Corriere della Sera pubblica una notizia: “Atleta somala muore su un barcone per raggiungere l’Italia: avrebbe voluto partecipare alle Olimpiadi di Londra.”
Ho conosciuto la storia di Samia grazie al bel libro di Giuseppe Catozzella Non dirmi che hai paura e grazie alla segnalazione di amici che lavorano in Sky. Mi sono appassionata subito. Perché la questione dell’immigrazione, perché la questione dell’accoglienza e perché lo “scontro di civiltà”… insomma il nostro presente è questo, ci piaccia o meno. Ma mi sono appassionata anche perché da bambina ho vissuto (e a lungo) proprio in Somalia, proprio a Mogadiscio, dove Samia è nata e da dove Samia è scappata per intraprendere il “viaggio”.
Il viaggio di Samia è anche il mio viaggio e il viaggio di tutti coloro che guardano con pena e preoccupazione a quanto succede ogni giorno a largo di Lampedusa.”
Serena Sinigaglia

“Ho incrociato la storia di Samia Yusuf Omar. Una giovane donna somala che ha partecipato alle olimpiadi a Pechino nel 2008, avrebbe voluto partecipare a quelle di Londra nel 2012, è morta vicino Lampedusa.
Mi è sembrata subito esemplare di una serie di speranze comuni, di un tempo quotidiano nel quale viviamo, dell’attualità ma anche di qualcosa di ancestrale che è il desiderio di vivere una vita migliore.
Ho cominciato a raccontare la sua storia ma mi sono accorto che il mio sguardo sarebbe stato parziale. E poi in Italia la storia di Samia è già stata raccontata sia in un romanzo sia in televisione. Non era questo dunque l’obiettivo che questo testo doveva porsi. L’obiettivo non doveva essere solo il racconto di quella storia. Era, e l’ho capito durante un percorso faticoso e il più possibile onesto, far diventare quella storia uno specchio, che ci mostrasse cosa siamo diventati noi.
D’altro canto, è stato ancora una volta Eduardo a indicarmi la strada: bisogna mettere in scena personaggi tra cui lo spettatore possa riconoscersi.
Per me, il senso di scrivere questa storia non è solo raccontare una vicenda legata all’immigrazione. È provare a capire cosa facciamo noi mentre il mediterraneo si riempie di occhi aperti, cosa siamo diventati, ciascuno sulla sua isola a decidere, purtroppo, non soltanto della propria vita.
Così, Samia è ridiventata preziosa per me, che ho potuto chiedermi cosa sia diventato io nel tempo del suo viaggio, nel tempo di tutti questi viaggi che ormai somigliano a semplici notizie con le quali riempire tempo e pagine.
La domanda è stata: noi che cataloghiamo le vite di chi muore in statistiche e flussi, noi, cosa siamo diventati?
Questo mi ha raccontato Samia, mentre mi accostavo in punta di piedi alla sua memoria, a lei, al suo tempo: 32 secondi e 16.
Ne è venuto fuori un atto unico in tre capitoli, che con la preziosa e costante collaborazione di Serena, mi ha mostrato aspetti, paure e desideri che prima non conoscevo.”
Michele Santeramo

“Uno spettacolo intenso e profondo, che non osserva Samia con gli occhi lacrimevoli della pietà, ma le restituisce lo sguardo proprio volgendolo su di noi, obbligandoci a guardarci allo specchio e a dirci che «tra lei e noi abbiamo scelto noi». Lo facciamo tutti. Lo facciamo ogni giorno.”
teatro.persinsala.it

“Uno spettacolo ricco, articolato, che pur nel  suo essere vistosamente spaccato in due riesce in un compito oggi raro e difficile: sorprendere.
Si tratta di una pièce che allontana con forza e intelligenza il rischio del teatro sociale di questi tempi: il didascalismo ormai imperante.”
Artapartofculture – 26 novembre 2016

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